{"componentChunkName":"component---src-templates-archivio-js","path":"/archivio/3","result":{"data":{"results":{"totalCount":27,"edges":[{"node":{"frontmatter":{"title":"Ma il fantasy è “razzista”?","date":"2019-05-05T17:25:30.980Z","author":"Simone Schiaffella","slug":"fantasy-razzista","thumbnail":"/races.jpg"},"html":"<p><b><i>Cosa c’entrano elfi, uomini e nani con il razzismo? Poco e niente, e vi spiego perché.</i></b></p><p>A maggio dell’anno scorso, l’account Twitter <b>Norse Mithology</b> si domandava, in risposta a un tweet dell’<b>autore di Dungeons & Dragons Jeremy Crawford</b>:</p><blockquote><p><i>Come spieghi ai giovani giocatori che #DungeonsAndDragons è contro il razzismo (cosa che è, ci sono illustrazioni meravigliosamente inclusive nei manuali </i>5e<i>) quando codifica i \"tratti razziali\" e mette in primo piano la razza come un fattore determinante dell'abilità? </i>6e<i> cambierà il linguaggio usato?</i></p></blockquote><p>Questa la risposta di Jeremy Craword:</p><blockquote><p><i>Nelle regole di D&D, la tua razza è la tua specie, non la tua etnia. I tratti della tua specie nel gioco essenzialmente dicono: \"Ecco come sei diverso da un umano.\" Continuiamo a parlare della possibilità di abbandonare questo uso anacronistico in futuro. #DnD</i></p></blockquote><div style=\"width:100%;text-align:center\"><img style=\"width:100%;max-width:420px;\" src=\"/fantasy-tweet.jpg\"></div><p>È una <i>querelle</i>, quella dell’abolizione del termine razza nel fantasy, che si ripete ogni tanto. <b>La razza nei Giochi di Ruolo fantasy </b>(<i>Dungeons & Dragons</i> in primis)<b> è considerata da alcuni come anacronistica e inopportuna, e non solo in quanto a terminologia.</b></p><p>E qui devo fare una premessa dovuta: <b>il titolo è una provocazione</b>.</p><p>Non avrete certo pensato che un blog sul fantasy avrebbe propugnato una tale accusa nei confronti del suo genere d’elezione? E poi la parola “razzista”, se può essere applicata a una determinata persona o un determinato testo, a uno specifico utilizzo delle parole o prodotto culturale, non può certo essere applicata a un intero genere come il fantasy, che comprende potenzialmente un’infinita quantità e varietà di testi. Sarebbe come dire che l’horror è progressista, o che il romanzo storico è conservatore.</p><p>Però c’è un fatto. <b>Il fantasy con il suo patrimonio di razze</b>, nate con Tolkien e strutturate nelle varie tipologie grazie alla letteratura a lui successiva, al Gioco di Ruolo e ai videogiochi RPG, <b>è uno dei pochi ambiti dove la parola razza è ancora usata senza avere i connotati negativi che i fatti del Novecento</b> (apartheid, colonialismo e leggi razziali) <b>le hanno conferito.</b></p><p>In Italia poi c’è un’altra circostanza da considerare, insieme alla questione della razza nel fantasy, ed è il fatto che questa faccia da pendant con l’<b>affermare diffuso che il fantasy sia un genere di destra</b>, assumendo erroneamente che certi generi letterari possano essere assimilabili a una determinata matrice politica. É quindi sbagliato attribuire al fantasy una <b>portata ideologica che non ha</b> e andrebbe approfondito anche come sia accaduto che certe destre in Italia si siano appropriate di alcuni immaginari, uno su tutti quello tolkieniano (si veda l’esperienza dei Campi Hobbit e del gruppo musicale La Compagnia dell’Anello).</p><p>Anche se vogliamo valutare l’eventualità del razzismo nel fantasy, però, le virgolette sulla parola “razzista” sono d’obbligo. Se parliamo di racconti ambientati in mondi di fantasia, infatti, non possiamo trovare quella tendenza a “sostenere che la specie umana possa essere suddivisibile in razze biologicamente distinte, caratterizzate da diverse capacità intellettive, valoriali, etiche e/o morali” (così Wikipedia parla del razzismo). Il fantasy, infatti, <b>non divide l’umanità in razze</b>, ma casomai <b>inserisce l’umanità tra altre razze possibili</b>, e parla di mondi che non sono questo mondo (e al massimo ne sono un’allegoria).</p><p>Quindi il fantasy non può essere “razzista”. Ecco, se al titolo fosse permesso di essere più lungo di due righe, la domanda non sarebbe se il fantasy è razzista o meno, ma “come dobbiamo interpretare, nel racconto fantasy, l’utilizzo di “razze” inventate (come elfi, nani, goblin, eccetera) e l’attribuzione a quest’ultime di determinate caratteristiche, più o meno stereotipate, in relazione al fenomeno del razzismo”. Le razze nel fantasy possono essere assimilate in qualche modo alle razze delle leggi razziali?</p><p>È una domanda difficile. Nel canone fantasy esistono una gran varietà di razze e il fatto che alcune di esse siano considerate malvagie o sgradevoli per loro natura (come orchi, goblin e coboldi), che ad altre siano attribuite caratteristiche stereotipate (i nani sono avidi e burberi, gli halfling socievoli e tranquilli) e che ad altre ancora sia attribuita maggior virtù e bellezza (elfi e umani) potrebbe ricordare alcuni meccanismi propri del razzismo (come il pregiudizio) e far pensare che sia giunto il momento di abbandonarle, anche a costo di snaturare il genere.</p><p>Innanzitutto, però, è diversa la concezione di razza: le categorie delle leggi razziali miravano a suddividere la razza umana, le razze del fantasy inseriscono, nella finzione, la razza umana in un contesto in cui esistono molte altre razze più o meno simili ad essa (come spiega Crawford: “Ecco come sei diverso da un umano”). Perché, se nella realtà il concetto di “razza umana” è stato destituito e delegittimato, nel fantasy dovrebbe avvenire lo stesso?  Del resto, stiamo parlando di mondi fantastici, popolati da molte creature inventate, e non è così scandaloso inserire in esse una categorizzazione non valida nel nostro mondo.</p><p>Ma la motivazione più importante è la <b>differenza negli obiettivi della “categoria razziale”</b> tra il fantasy e il razzismo, ovvero nell’esistenza o meno di una <b>finalità discriminatoria</b>. Tutti i racconti hanno bisogno di diversità, e le razze, nel fantasy, sono un espediente per affascinare, creare varietà e caratteristiche; non di rado, infatti, vanno di pari passo con la suddivisione dei ruoli. Se si va all’origine della loro concezione, Tolkien non ha mai gerarchizzato le razze della Terra di Mezzo, né ha fatto degli Elfi gli “ariani” del suo mondo – egli addirittura detestava il nazismo. Nella <i>lore</i> tolkieniana Elfi e Uomini (le due razze principali) sono intelligenze incarnate dello stesso ordine, diverse, ma poste allo stesso livello. Ogni razza ha le proprie caratteristiche e <b>non c’è una razza considerata più negativa delle altre<b>.</p><p>Il male, a volte, è nell’occhio di chi guarda.</p>","internal":{"type":"MarkdownRemark","mediaType":null,"description":null},"excerpt":""}},{"node":{"frontmatter":{"title":"Game of Thrones 8x03 – “The Long Night”","date":"2019-04-29T18:22:00.000Z","author":"Simone Schiaffella","slug":"game-of-thrones-8x03","thumbnail":"/got-8x03.jpg"},"html":"<p><b><i>Con la puntata 8x03 Benioff e Weiss ci hanno regalato uno dei momenti più cinematografici dell’intera serie, chiudendo il primo atto dell’ottava stagione in grande stile.</i></b></p><p><b>SPOILER ALERT</b></p><p><b>Una puntata inaspettata.</b> Prima di iniziare a guardare l’ottava stagione, avevo una mia personale teoria (immagino largamente condivisa) su quale sarebbe stata la struttura di quest’ultima. Una parte avrebbe riguardato la lotta per il Trono di Spade tra le fazioni di Cersei e Daenerys, mentre un’altra avrebbe riguardato la lotta tra i vincitori dello scontro e il Re della Notte. Rigorosamente in quest’ordine, perché il Re della Notte – credevo - è la vera minaccia incombente fin dalla prima scena della serie e comunque la più temibile, al confronto della quale le altre sono quisquiglie, e lo scontro con esso è il gran finale – se si seguono certe solite regole delle storie. Inaspettatamente, però, è successo il contrario, ovvero questa prima parte dell’ottava stagione di <i>Game of Thrones</i> ha chiuso (almeno apparentemente) la storyline del Re della Notte, che sembrava il male più grande di tutti, lasciando in piedi quella del Trono di Spade. Come ci ha abituato la serie fin dall’inizio, se è vero che la narrazione ha regole ben precise, le storie che vengono narrate invece di regole non ne hanno affatto e possono andare come la vita vera. Non è vero che “ogni personaggio deve completare il proprio arco narrativo”, oppure che “i personaggi principali sopravvivono fino alla fine”, o che “il nemico che sembra più grande è l’ultimo che sarà sconfitto”.</p><p>Tolto lo scontro con quello che sembrava il major villain della serie, allora, che cosa ci rimane con tre puntate ancora (e per giunta le ultime) da riempire? La risposta è quanto mai semplice: ci rimane tutto. Una delle caratteristiche più interessanti di <i>Game of Thrones</i> è stata, infatti, quella di non mettere in scena una semplice lotta tra il bene e il male (come si fa nella maggior parte dei fantasy e anche in questa puntata), ma di porre sullo scenario una gran quantità di fazioni e quindi volontà diverse e opposte, rendendo potenzialmente ogni personaggio una fazione a sé stante. Ciascun personaggio, quindi, non è dalla parte né del bene né del male, né fino in fondo del proprio casato, ma solamente di sé stesso e di coloro con i quali stringe momentaneamente alleanza. Escludendo, quindi, il personaggio del Re della Notte (le cui motivazioni paiono sintetizzabili nella mera distruzione dell’umanità e della vita) nessun personaggio è stato un puro <i>villain</i>. Cersei lo è adesso, ma davvero possiamo affermare che Cersei sia stata sempre dalla parte sbagliata della storia? Chi di noi, quando era imprigionata e spogliata della sua dignità, nelle prigioni di Approdo del Re, ferita nel suo orgoglio di Lannister dai seguaci dell’Alto Passero, non ha sperato con forza che si vendicasse sull’odiosa Septa Unella? O ancora: Daenerys è sempre stata l’eroina della storia, ma davvero possiamo esser certi che non diventi villain prima della fine della serie? Questa è, ed è sempre stata, la cifra di <i>Game of Thrones</i>: il fatto che tutti avessero il potenziale per essere eroi e villain allo stesso tempo. Tutto quello che ci rimane alla fine del primo atto, adesso che il male puro è stato sconfitto, sono la debolezza e la forza di ciascun personaggio, quindi la malvagità e l’eroismo che albergano in ciascuno di loro. Questo è stato il vero propellente della serie. È per questo che ritengo che la sconfitta di questo “male puro”, personificato dal Re della Notte e dall’esercito dei morti, sia un punto a favore di questa stagione, che lascerà più respiro nell’ultimo atto a quello che è lo spirito autentico di <i>Game of Thrones</i>.</p><p><b>Riscatto e sacrificio.</b> Alla fine, quindi, la grande battaglia è arrivata. Più imponente della Battaglia delle Acque Nere e di quella dei Bastardi messe insieme, più sanguinaria delle Nozze Rosse e più raccapricciante di Aspra Dimora, la puntata 8x03 del Trono di Spade è stata tra i momenti d’azione più emozionati, concitati e allo stesso tempo <i>cinematografici</i> dell’intera serie fin ora. L’ora e venti di puntata, diretta magistralmente da Miguel Sapochnik che l’ha commentata come un “survival horror”, è un concentrato di tensione che ha dato spazio a moltissimi personaggi, con risvolti a volte attesi e a volte del tutto inaspettati. L’uccisione del Re della Notte da parte di Arya Stark è stato, ad esempio, un colpo di scena totalmente riuscito.</p><p>Con la morte di Theon, ucciso dal Re della Notte nel tentativo di proteggere Bran, quella di Jorah Mormont, che sublima il suo amore per Daenerys compiendo per lei l’estremo sacrificio, e l’eroismo di Melisandre, le parole chiave di questa puntata sono state di sicuro queste: “riscatto” e “sacrificio”. Non ci resta che attendere le prossime puntate per capire quanti, di questi sacrifici, saranno ancora necessari prima della fine.</p>","internal":{"type":"MarkdownRemark","mediaType":null,"description":null},"excerpt":""}},{"node":{"frontmatter":{"title":"Le Gemme dell'Infinito","date":"2019-04-29T17:19:42.925Z","author":"Simone Schiaffella","slug":"gemme-infinito","thumbnail":"/infografica_thanos.jpg"},"html":"<p><b><i>Dal </i>Ciclo di Avalon<i> alla ricetta della Burrobirra: tutto quanto può essere spiegato con uno schemino.</i></b></p><p>Se avete bisogno di fare un ripasso prima della visione di <i>Avengers: Endgame</i> o il pensiero fisso di costruire il vostro personale Guanto dell'Infinito (che può sempre far comodo), lo #schemino di questo mese è perfetto per voi.</p><div style=\"width:100%;text-align:center\"><img src=\"/infografica_thanos.jpg\"></div>","internal":{"type":"MarkdownRemark","mediaType":null,"description":null},"excerpt":""}},{"node":{"frontmatter":{"title":"Avengers: Endgame: davvero è cambiato tutto","date":"2019-04-26T17:16:24.970Z","author":"Simone Schiaffella","slug":"avengers-endgame","thumbnail":"/avengers-endgame.jpeg"},"html":"<p><b><i>Gli incassi stellari di </i>Avengers: Endgame<i> raccontano solo una parte del fenomeno di massa che è stato fin ora il Marvel Cinematic Universe.</i></b></p><p>Premessa: sebbene io ritenga che le recensioni senza spoiler siano come il caffè decaffeinato, i biscotti senza zucchero e la cotoletta vegana, la prima parte di questo articolo, per evitare anticipazioni non volute, è rigorosamente <i>spoiler-free</i>. Dopo di che, non penso sia possibile commentare il film senza fare spoiler, quindi, se non avete ancora visto il film, chiudete gli occhi quando ve lo dico.</p><p><b>Dopo più di un anno di quasi febbrile attesa, martedì sera sono andato al cinema a vedere <i>Avengers: Endgame</i></b>. Come in tutte le sale, la serata di apertura del film era organizzata con una maratona: il precedente capitolo <i>Avengers: Infinity War</i> alle 21, il nuovo capitolo della saga a mezzanotte. Pensavo che la durata complessiva dei due film - quasi sei ore - mi avrebbe messo alla prova, e invece non è stato così. È stata una serata unica sia per i gadget gratuiti (Dio sa quanto li amo), sia per l’esperienza di fandom in sé: irripetibile, sintomo dell’enorme portata dell’attesa costruita in questi mesi attorno al film, ma soprattutto della capacità coinvolgente del franchise che risponde al nome di <b>Marvel Cinematic Universe (MCU)</b>.</p><p><b>L’MCU – in questi 11 anni - è stata un’operazione commerciale e narrativa senza precedenti, che ha cambiato l’intrattenimento cinematografico per sempre.</b> Se, in parte, ha avuto le stesse caratteristiche di altri media franchise (tra cui l’avere una narrazione di tipo <i>transmediale</i>, ovvero l’integrarsi con diversi tipi di media – dal cinema alla televisione e ai fumetti) qualcosa l’ha resa eccezionale e atipica. Nessuna saga, infatti, era stata in grado di costruire un universo condiviso così ricco (di personaggi, temi, ambientazioni e storyline) ma allo stesso tempo così coeso e interdipendente. Da un lato, <b>tutto ciò che l’Universo Marvel dei fumetti è sempre stato</b>, dall’altro, <b>qualcosa di totalmente nuovo</b>. Basti pensare che tutti e 22 i film delle prime tre fasi (23 se si include anche il film <i>Spiderman: Far from Home</i> di prossima uscita) convergono nella stessa direzione: una narrazione definita a posteriori “Saga dell’Infinito” e che ruota attorno alla ricerca delle Gemme dell’Infinito da parte del “titano pazzo” Thanos. Che ci trovassimo di fronte a un corpus narrativo unico era già chiaro di pellicola in pellicola, ma in particolar modo lo è diventato con <i>Infinity War</i> e <i>Endgame</i>. Seppure ogni film conservi, infatti, il proprio sviluppo e le proprie caratteristiche, per apprezzare appieno questi ultimi è necessario più che mai guardare alla trama della saga nella sua interezza.</b></p><p><b>SPOILER DA QUI</b></p><p><b><i>Avengers: Endgame</i></b> Il film è stato in linea con le mie aspettative, anche se ritengo che sia leggermente inferiore in termini di gestione del tempo e della carica emotiva rispetto ad <i>Infinity War</i>. Infatti, se nel capitolo dell’anno scorso si respirava un senso di angoscia e tensione dall’inizio alla fine, dovuta all’accrescersi del potere di Thanos e alla volontà degli eroi di porvi sempre rimedio (il tutto condito dalla storyline di Gamora, vero apporto emozionale del film), <i>Endgame</i> risente, nella parte iniziale, di un eccessivo rilassamento. La trama, infatti, in questa prima parte, è soprattutto un racconto della gestione della perdita e della sconfitta, e fatica (soprattutto per l’assenza di scene d’azione) a “tenere incollati” gli spettatori allo schermo. Una carenza che viene sicuramente riscattata dalla battaglia finale (una delle più belle ed emozionanti di tutto l’MCU) ma che fa il paio con la debolezza della parte centrale del film (quella sulla quale pesano maggiormente le tre ore).</p><p>Del resto, la parte centrale di <i>Endgame</i> - inerente la ricerca delle Gemme dell’Infinito da parte del team - rappresenta a tutti gli effetti una chiusura del cerchio dell’arco narrativo delle prime tre fasi dell’MCU, soprattutto per i personaggi della formazione originale degli Avengers (Iron Man, Captain America, Thor, Hulk, Vedova Nera e Occhio di Falco), che hanno avuto più spazio nel corso di questi 11 anni e che sono stati più o meno messi “fuori dai giochi” con il presente film. Tre esempi di queste “chiusure del cerchio” sono tre riconciliazioni che avvengono con il passato (la “riconciliazione con il passato” è uno dei temi forti del film): quella di Thor con la madre, quella di Tony Stark con il padre e quella di Steve Rogers con Peggy.</p><p>Tra le cose che mi sono piaciute di meno c’è l’eccessiva ridicolizzazione del personaggio di Thor che – pur essendo uno dei personaggi di punta del franchise e uno di quelli che hanno affrontato un percorso evolutivo travagliato – viene in questo film ridotto a personaggio macchiettistico, più simile a una spalla che a un <i>main</i>. Thor è uno dei personaggi che hanno perso di più nel corso di <i>Infinity War</i>, ed è quindi legittimato a “lasciarsi andare”, ma rispetto agli altri protagonisti, che escono di scena eroicamente e nobilitandosi, egli riceve un trattamento meno lusinghiero (se si esclude la sequenza della fucina). Questo, però, è anche ciò che mi fa pensare che Thor sia uno dei personaggi che con maggior probabilità vedremo nei prossimi film.</p><p><b>Ci sarebbero molte altre cose da dire, ma per ora mi fermo qui.</b> Il film è stato la degna conclusione di una saga, un’emozionante ultima reunion in perfetto equilibrio tra il passato e il futuro del franchise. Con la morte di Stan Lee e la contemporanea fine della Saga dell’Infinito, il futuro del Marvel Cinematic Universe non è mai stato così libero e aperto come adesso. Di certo c’è che, anche se rimarranno legami con ciò che è stato finora (si aspettano ancora i sequel di <i>Guardiani della Galassia</i>, <i>Doctor Strange</i> e il prequel/origin movie su Vedova Nera, nonché le serie tv su Loki, Occhio di Falco, Visione e Scarlet Witch, Falcon e Winter Soldier), la parabola di Iron Man, di Cap e degli altri protagonisti che abbiamo amato si è appena conclusa. Ma c’è poco spazio per la nostalgia: nuovi eroi e nuove storie arriveranno. <b>Il Marvel Cinematic Universe è già cambiato.</b></p><p>N.B. Un piccolo Easter Egg per voi: digitate “Thanos” su Google e cliccate sul Guanto dell’Infinito che appare. Non ve ne pentirete.</p>","internal":{"type":"MarkdownRemark","mediaType":null,"description":null},"excerpt":""}},{"node":{"frontmatter":{"title":"Game of Thrones 8x02 – “A Knight of the Seven Kingdoms”","date":"2019-04-23T17:13:38.097Z","author":"Simone Schiaffella","slug":"game-of-thrones-8x02","thumbnail":"/got-8x02.jpg"},"html":"<p><b><i>Se la puntata 8x01 era una puntata di ricapitolazione e di preparazione agli eventi successivi, la 8x02 è una puntata incentrata sull’attesa, con alcuni altissimi momenti.</i></b></p><p><b>SPOILER ALERT</b></p><p>L’ultima puntata di <i>Game of Thrones</i> si era conclusa con l’arrivo di Jaime Lannister a Grande Inverno, reduce dell’abiura nei confronti della sorella Cersei, regina dei Sette Regni. Il primo ad accorgersi del suo arrivo era stato proprio Bran Stark, ovvero una delle poche “vittime” di Jaime che ancora può raccontarla. Ed è quell’incontro, tra Jaime <i>non-più-Jaime</i> e Bran <i>non-più-Bran</i>, che anticipa la prima sequenza di questa nuova puntata.</i><p><b>Il processo a Jaime Lannister.</b> Lo <i>Sterminatore di Re</i> è posto non solo dinanzi a Bran, ma di fronte a tutti coloro i quali, tramite la sua spada, egli ha contribuito a rendere orfani. Ci sono gli Stark, a muovergli l’accusa d’aver tramato contro Jon Arryn e, soprattutto, contro il padre Ned Stark, e c’è Daenerys, a riconoscere in lui – assassino del padre Aerys II – uno degli artefici della definitiva rovina ed esilio della sua famiglia.</p><p>Così il destino di Jaime è posto su una bilancia. Le sue buone azioni nei confronti di Brienne di Tarth e le buone parole del fratello Tyrion, insieme al disperato bisogno della roccaforte del Nord di validi guerrieri, sarà ciò che lo salverà da un’esecuzione certa. Non solo, anche Bran – ormai il Corvo con Tre Occhi – deciderà di salvarlo non facendo parola dell’episodio che li vide coinvolti molti anni prima. Egli ormai non è più soggetto a rancori, ma guarda al destino intero dell’umanità, riconoscendo come Jaime sia più utile da vivo che da morto e come quel danno che ha ricevuto da lui gli abbia permesso, per vie molto traverse, di essere ciò che è ora – memoria e speranza per il mondo.</p><p>Il riscatto di Jaime sarà definitivo quando egli deciderà di nominare Brienne di Tarth Cavaliere dei Sette Regni, in uno dei momenti più alti e commoventi della puntata. Un gesto nobile: nonostante sia lei la protagonista della scena, dei due è lui quello che viene effettivamente “elevato” dalla cerimonia, perché compie una scelta generosa. Brienne, dal canto suo, si conferma tra i personaggi più riusciti dell’intera saga, che resterà per molti anni come uno dei modelli femminili più insoliti, e quindi preziosi, del fantasy.</p><p><b>In quest’attesa, si sviluppa anche la storyline della triade Jon-Sansa-Daenerys.</b> Sansa e Daenerys riescono quasi a stringere un legame e a deporre l’iniziale diffidenza, ma l’atmosfera torna gelida quando diviene chiaro a entrambe che, una volta finita la guerra con i morti e con i Lannister, resterà una rivendicazione d’indipendenza del Nord (portata avanti da Lady Sansa) che la nuova regina (nell’ipotesi, Daenerys) non potrà accogliere. Jon, invece, comunica a Daenerys la sua ascendenza Targaryen, suscitando il suo sdegno nello scoprire che lui può legittimamente rivendicare il Trono dei Sette Regni. Insomma, una serie di conflitti che saranno letteralmente <i>congelati</i> dall’imminente arrivo del Re della Notte e delle future battaglie, ma che raggiungeranno un punto di ebollizione, ne sono convinto, molto presto.</p><p><b>Dopo una puntata di ricapitolazione, questa è una puntata di attesa – a mio avviso più gustosa e ispirata della prima - che prepara una puntata, la terza, che sarà d’azione.</b> Con l’assedio del Re della Notte a Winterfell, che vedremo nella prossima puntata (<a target=\"_blank\" href=\"https://www.youtube.com/watch?v=TdkS4Xazz7Q\">qui il trailer</a>) si dovrebbe concludere la prima parte di questa nuova stagione, un corale “episodio di tre episodi” ambientato prevalentemente a Winterfell. Non ci resta, quindi, che restare in con il fiato sospeso fino alla prossima settimana. Dopo una lunga pausa, ecco lo scontro. <b>Con esso, la morte.</b></p>","internal":{"type":"MarkdownRemark","mediaType":null,"description":null},"excerpt":""}},{"node":{"frontmatter":{"title":"I remake Disney sono l’affare del secolo?","date":"2019-04-21T17:10:52.743Z","author":"Simone Schiaffella","slug":"remake-disney","thumbnail":"/the-lion-king.jpg"},"html":"<p><b><i>Per la Disney sono la gallina dalle uova d’oro, ma i remake live action sono paragonabili a quella battuta divertentissima che, dopo averla sentita per la quinta volta, non fa più ridere. Inoltre, nel lungo termine potrebbero essere un boomerang.</i></b></p><p>Nel 1996, affidandosi alla regia di Stephen Herek, Disney fece per la prima volta un rifacimento in live action di uno dei suoi film: si trattava de <i>La carica dei 101</i>, remake della pellicola d’animazione del 1961. Con il claim “Questa volta la magia è vera” e una fenomenale Glenn Close nel ruolo di Crudelia De Mon (nominata ai Golden Globe), il film fu un successo al botteghino. Forse è vero che “le prime volte non si scordano mai”, ma quello è rimasto per me uno dei migliori remake della Disney: tutta un’altra cosa rispetto ai live action moderni, che hanno una dose massiccia di CGI e sembrano uno uguale all’altro.</p><p><b>Allora il remake era una novità e vedere i personaggi Disney “in carne e ossa” una vera magia. Poi è arrivata l’esagerazione.</b> Di tutti i film Disney annunciati al CinemaCon per il 2019, ben quattro sono rifacimenti in live action di film che la casa di Topolino ha già prodotto e distribuito. <i>Dumbo</i>, uscito nelle sale a marzo, è il remake dell’omonimo film d’animazione del 1941; <i>Aladdin</i>, <i>Il re leone</i> e <i>Lilli e il vagabondo</i>, anch’essi in programma quest’anno, sono le nuove versioni di film Disney che risalgono rispettivamente al 1992, al 1994 e al 1955. Sono solo alcuni titoli di un percorso ben più lungo che la Disney ha intrapreso nel 2015 con <i>Cenerentola</i> (dal classico del 1950), che ha continuato a percorrere nel 2016 con <i>Il libro della giungla</i> (dal film del 1967), nel 2017 con <i>La Bella e la Bestia</i> (dal film del 1991) e che ci porterà – ormai è sicuro – agli adattamenti de <i>La Sirenetta</i>, <i>Mulan</i>, <i>Pinocchio</i> e <i>Il Gobbo di Notre Dame</i> nel corso dei prossimi anni.</p><div style=\"width:100%;text-align:center\"><img src=\"/cruella-de-vil.jpg\"></div><p>Sembra che la Disney, invece che compiere lo sforzo di fondare nuovi immaginari e nuovi mondi (che è il suo punto di forza da sempre), da qualche anno non sappia far altro che portare al cinema rifacimenti delle sue vecchie storie, sfruttando la capacità attrattiva che questi remake hanno di per sé (essendo un repertorio già conosciuto e amato pressappoco da tutti). E non importa se questi film, a fronte delle decine e decine di milioni di budget, fanno incassi mediocri: si sarà comunque risparmiato tempo e denaro nella produzione di nuove idee, riavviato un merchandising redditizio senza sforzo, e, soprattutto, si sarà evitato il rischio imprenditoriale che portare una nuova storia sul grande schermo comporta. </p><p>La cosa più preoccupante di questa tendenza, alla quale possiamo certamente assimilare i vari “sequel” live action (<i>Alice in Wonderland</i> e <i>Mary Poppins</i>) e le rivisitazioni (<i>Maleficient</i> e il futuro adattamento <i>Cruella</i>), che seguono le stesse regole, è che sembra che la Disney stia facendo troppo affidamento sul rinnovamento di vecchi franchise, piuttosto che investire adeguatamente su nuove storie e nuovi adattamenti – che restano in una posizione marginale nella loro strategia generale (si vedano i tentativi fallimentari dell’anno scorso, come <i>Nelle pieghe del tempo</i> e <i>Lo schiaccianoci e i quattro regni</i>).</p><p>A questo ritmo, la materia da prima da remake finirà nel giro di qualche anno, lasciando presumibilmente un vuoto. <b>Cosa succederà allora?</b> Con l’arrivo del nuovo servizio di streaming on-demand Disney+ la necessità di una gran quantità di contenuti anche “originali” si farà ancora più stringente e le recenti acquisizioni dei franchise Marvel e Star Wars – per quanto fruttuose - potrebbero non bastare a colmare l’assenza di nuove narrazioni.</p><p><b>Potrebbe non essere sufficiente, in futuro, raccontare sempre la stessa storia.</b></p>","internal":{"type":"MarkdownRemark","mediaType":null,"description":null},"excerpt":""}},{"node":{"frontmatter":{"title":"Perché le nostre saghe sono sempre più “infinite” e non vanno da nessuna parte","date":"2019-04-19T17:07:37.812Z","author":"Simone Schiaffella","slug":"storie-infinite","thumbnail":"/neverending-story.jpg"},"html":"<p><b><i>Le storie, grazie all’invenzione dei media franchise, hanno aumentato enormemente la loro capacità di espandersi nel tempo e nello spazio. Ma una storia non può - e non deve - essere infinita.</i></b></p><blockquote><p><i>“Ma questa è un’altra storia e si dovrà raccontare un’altra volta” – Michael Ende</i></p></blockquote><p>Quarant’anni fa Michael Ende pubblicò il romanzo fantastico <i>La storia infinita</i>. Di esso, molti di noi ricorderanno soprattutto l’omonimo adattamento cinematografico del 1984, che è stata tra le pellicole fantastiche di maggior successo di quegli anni. <i>La storia infinita</i> è una vera perla della letteratura fantasy – un metaromanzo (vale a dire, un “libro nel libro”) – con una cornice narrativa complessa e un impianto generale che è già poetico nel suo apparire, così com’è strutturato. Ognuno dei 26 capitoli, infatti, inizia con una delle altrettante lettere dell’alfabeto tedesco, in ordine dalla A alla Z.</p><p><b>Nonostante il titolo, il romanzo - <i>ça va sans dire</i> - non è affatto infinito.</b> Nel Regno di Fantàsia, principale ambientazione del libro, tutte le storie devono avere una fine, e nonostante ogni storia ne contenga un’altra, in un circolo senza fine, Michael Ende non ha mai scritto un seguito o un ampliamento della sua opera. Così, egli ammette che ci sono innumerevoli “altre storie” che si dovranno raccontare “un’altra volta”, ma che resteranno fuori dalle vicende raccontate dall’autore. Paradossalmente, ne <i>La storia infinita</i> c’è un grande senso di finitezza: ogni chiusura potrebbe essere un incipit per una nuova narrazione, ma noi seguiamo l’avventura di Bastiano, il protagonista del libro, perché la <i>sua</i> storia deve essere finita (dalla A alla Z, appunto). Solo il Regno di Fantàsia non ha confini nello spazio e nel tempo ed ha quindi una <i>storia infinita</i>.</p><p>Oggi la massima aspirazione che ha ogni storia è quella di essere infinita. <b>Infatti le grandi saghe, quelle di successo, non hanno confini</b>: né nello spazio, poiché vengono raccontate ovunque e diffuse con un gran numero di mezzi (libri, film, fumetti, serie tv), né nel tempo, poiché possono essere raccontate un numero infinito di volte e sembrano non concludersi mai. Non ci sono confini nemmeno <i>dentro</i> le storie: ogni spazio e ogni tempo dell’universo, infatti, è esplorabile tramite sequel, prequel e spin-off. Ogni personaggio secondario, ogni dettaglio, ogni periodo ha il suo momento e il suo potenziale per essere raccontato.</p><p>I grandi fenomeni narrativi di massa degli ultimi anni sono tutti così.</p><i>Harry Potter</i> è iniziato con la pubblicazione di sette romanzi e tre <i>pseudobiblia</i> tra il 1997 e il 2007, che hanno poi dato vita a una delle serie cinematografiche più redditizie di sempre, composta fin ora di dieci film (otto della serie originale e due della serie prequel degli <i>Animali Fantastici</i>), vari videogiochi, parchi a tema, uno spettacolo teatrale e un sito web, <i>Pottermore</i>, pieno zeppo di materiale narrativo inedito. Anche senza considerare i prodotti dei fan (fan film, fan fiction, fanart) e tutto il materiale non ufficiale, il corpus narrativo si è dilatato a dismisura. La storia dei romanzi originali è diventata molto di più: è finita per diventare un <i>media franchise</i>, ovvero il marchio di un universo (il “Wizarding World”) che è fonte inesauribile di storie. Lo stesso è avvenuto per <i>Il Signore degli Anelli</i>, <i>Star Wars</i>, <i>Il Trono di Spade</i> e i fumetti della Marvel, per citare gli esempi più conosciuti (i “pesci grossi”).</p><p>Il loro essere media franchise, ovvero la capacità di essere economicamente proficue, permette a queste storie di espandersi, gonfiarsi, anche quando la forza del materiale di partenza si è esaurita o quando il nuovo filo narrativo non ha conservato la potenza della narrazione originale. Ognuno ha in mente i propri esempi di diramazioni di storie che non vanno da nessuna parte. Ed è questo uno dei maggiori problemi delle “storie infinite”, anche quando sono immersive e grandiose: <b>hanno confini dettati dalla loro capacità di essere redditizie, e non di essere “buone storie”.</b></p><p><b>Per fortuna ogni storia finisce, ed è giusto così.</b> Il nostro tempo è finito e non abbiamo tempo per storie infinite, anche quando il loro immaginario fa un sacco di soldi.</p>","internal":{"type":"MarkdownRemark","mediaType":null,"description":null},"excerpt":""}},{"node":{"frontmatter":{"title":"Game of Thrones 8x01 – “Winterfell”: i “cartoni preparatori” del finale","date":"2019-04-16T17:03:41.404Z","author":"Simone Schiaffella","slug":"game-of-thrones-8x10","thumbnail":"/got-8x01.jpg"},"html":"<p><b><i>Tra i riferimenti alla 1x01 e i numerosi ricongiungimenti, la prima puntata dell’ottava stagione de </i>Il Trono di Spade<i> è una puntata di preparazione. “La tempesta”, ci dice, “sta per arrivare.”</i></b></p><b>SPOILER ALERT</b><p><b>Una divagazione per spiegare il titolo della recensione.</b> La nozione di “cartoni preparatori” si tratta di una reminiscenza dell’Istituto d’Arte. Gli artisti del passato, soprattutto a partire dal Rinascimento, prima di realizzare le loro grandi opere, preparavano i cosiddetti “cartoni”. Erano studi preparatori e bozzetti tracciati su grandi pezzi di carta – in scala 1:1 – prima dell’esecuzione dell’opera finale. Affreschi e arazzi, infatti, erano tipologie di opere che, di solito, non davano all’artista la possibilità di correggere <i>in itinere</i> la scala, le proporzioni e lo schema generico, e per questo richiedevano dei “cartoni”, da trasferire sull’intonaco (nel caso dell’affresco) o da porre sotto il telaio (nel caso dell’arazzo). Sul cartone, quindi, era l’immagine dell’opera prima dell’opera. Come una proiezione definita ma non ancora del tutto compiuta.</p><p>Uno dei <a href=\"https://www.youtube.com/watch?v=BPlbCcfbFFU\" target=\"_blank\">teaser</a> più belli e suggestivi dell’ultima stagione de <i>Il Trono di Spade</i> racconta l’ottava stagione come la preparazione di un arazzo, unendo le frasi più significative della serie a un montaggio di un arcolaio, poi di un telaio. Mentre i fili si dispongono e si intrecciano, trama e ordito vanno a realizzare tutte le scene e i personaggi che abbiamo amato - Cersei, Jon Snow, Daenerys, e tutti i figurini più importanti – su un’unica, grande composizione, pronti ad agire e a dare avvio all’ultimo atto della storia.</p><p>Dopo la visione della prima puntata dell’ultima stagione, “Winterfell”, il passaggio è stato facile. Se l’ultima stagione è un arazzo, dove tutte le storie fanno finalmente parte dello stesso scenario, e sono finemente interrelate da una moltitudine di fili, allora questa puntata è il suo cartone preparatorio. Non solo, infatti, ha tutte le caratteristiche di una <i>ripresa</i> come si deve – con il compito necessario di riprendere tutti i fili del racconto e riassumerci a che punto siamo arrivati due anni fa – ma è un’<i>entr’acte</i> che prepara la scena dell’ultimo atto, con le sue emozioni e i suoi moventi ancora solamente “tratteggiati”. Questo non vuol dire che non sia una puntata valida; manca, però, di quell’azione, di quelle rivelazioni, di quei colori vividi cui siamo abituati. In questo senso è una “quiete prima della tempesta”, che stavolta arriverà violentissima (e in questa puntata, non si può certo dire che non si senta già intenso l’odore di pioggia).</p><p><b>Innanzitutto c’è la sigla nuova.</b> Per la prima volta dall’inizio della serie, dopo che le altre si limitavano solamente a togliere e aggiungere sequenze, le nuove scene ci mostrano sia la barriera caduta, distrutta dal drago non-morto Viserion, che Grande Inverno e Approdo del Re come non le avevamo mai viste prima, con le loro sale interne, i sotterranei e le segrete. Questo può significare non solo che l’azione ora si concentra sui due luoghi da sempre più importanti della storia, ma anche che una mancanza di dispersione (sono diminuiti i personaggi e i luoghi) ci permetterà di scendere più “in profondità” nelle storyline rimaste.</p><p><b>La puntata, poi, si apre con l’arrivo di Jon e Daenerys a Grande Inverno.</b> In questa sequenza più elementi stanno lì a ricordarci la scena dell’arrivo del Re nella prima puntata della prima stagione: il tema musicale è lo stesso, c’è un bambino si arrampica per osservare l’arrivo (nella puntata 1x01 era Bran), c’è la frase pronunciata da Sansa a Daenerys – “Winterfell is yours, Your Grace” – che è la stessa che Ned Stark pronunciò davanti a Robert Baratheon.</p><p><b>Gli eventi importanti, però, sono i ricongiungimenti (di nuovo, i fili che si uniscono).</b> Il primo è quello tra Jon Snow (che forse dalla prossima puntata inizieremo a chiamare con il suo vero nome, ovvero Aegon Targaryen) e Arya Stark. La relazione tra i due, profondamente cambiati nel corso degli eventi della serie, potrebbe rivelarci delle sorprese. La nuova posizione di Jon Snow, infatti, che da bastardo è diventato sia erede al trono dei Sette Regni che Re del Nord, sarà sicuramente al centro di numerose svolte nel corso delle prossime puntate.</p><p>C’è poi l’altro incontro fondamentale: quello tra Bran Stark e Jaimie Lannister. È uno scambio di sguardi che suggerisce una nuova consapevolezza da entrambe le parti, ma soprattutto un nuovo rapporto di potere tra i due, ribaltato rispetto alla prima stagione. Bran è ormai sempre più vicino allo status di <i>divinità</i> (quando Jon gli dice che è ormai diventato un uomo, lui gli risponde “più o meno”), mentre Jaimie, arrivato a Grande Inverno come un mendicante (senza la grande accoglienza che era stata riservata, molto tempo addietro, al fratello della regina), nel vederlo, è posto davanti alle conseguenze delle proprie azioni. E poi ci sono tutta un’altra serie di incontri minori: Jon e Sam, Theon e Yara, Cersei e Euron, con i loro precisi significati.</p><p>È una puntata di incontri e fili che si uniscono: l’arazzo che si compone. Ciò che sta per arrivare può essere ancora solo intravisto, ma è già lì, pronto ad accadere.</p>","internal":{"type":"MarkdownRemark","mediaType":null,"description":null},"excerpt":""}}]}},"pageContext":{"pageNumber":2,"humanPageNumber":3,"skip":16,"limit":8,"numberOfPages":4,"previousPagePath":"/archivio/2","nextPagePath":"/archivio/4"}},"staticQueryHashes":["3566934469","3566934469","63159454","63159454","997296527","997296527"]}