{"componentChunkName":"component---src-templates-blog-post-js","path":"/post/fantasy-razzista","result":{"data":{"article":{"totalCount":1,"edges":[{"node":{"frontmatter":{"title":"Ma il fantasy è “razzista”?","date":"2019-05-05T17:25:30.980Z","author":"Simone Schiaffella","slug":"fantasy-razzista","tags":[{"frontmatter":{"name":"jrr-tolkien","label":"J.R.R.Tolkien"}},{"frontmatter":{"name":"riflessioni","label":"Riflessioni"}},{"frontmatter":{"name":"elfi","label":"Elfi"}},{"frontmatter":{"name":"gioco-di-ruolo","label":"Gioco di ruolo"}},{"frontmatter":{"name":"rpg","label":"RPG"}},{"frontmatter":{"name":"fantasy","label":"Fantasy"}}],"thumbnail":"/races.jpg","banner":"/races.jpg"},"html":"<p><b><i>Cosa c’entrano elfi, uomini e nani con il razzismo? Poco e niente, e vi spiego perché.</i></b></p><p>A maggio dell’anno scorso, l’account Twitter <b>Norse Mithology</b> si domandava, in risposta a un tweet dell’<b>autore di Dungeons & Dragons Jeremy Crawford</b>:</p><blockquote><p><i>Come spieghi ai giovani giocatori che #DungeonsAndDragons è contro il razzismo (cosa che è, ci sono illustrazioni meravigliosamente inclusive nei manuali </i>5e<i>) quando codifica i \"tratti razziali\" e mette in primo piano la razza come un fattore determinante dell'abilità? </i>6e<i> cambierà il linguaggio usato?</i></p></blockquote><p>Questa la risposta di Jeremy Craword:</p><blockquote><p><i>Nelle regole di D&D, la tua razza è la tua specie, non la tua etnia. I tratti della tua specie nel gioco essenzialmente dicono: \"Ecco come sei diverso da un umano.\" Continuiamo a parlare della possibilità di abbandonare questo uso anacronistico in futuro. #DnD</i></p></blockquote><div style=\"width:100%;text-align:center\"><img style=\"width:100%;max-width:420px;\" src=\"/fantasy-tweet.jpg\"></div><p>È una <i>querelle</i>, quella dell’abolizione del termine razza nel fantasy, che si ripete ogni tanto. <b>La razza nei Giochi di Ruolo fantasy </b>(<i>Dungeons & Dragons</i> in primis)<b> è considerata da alcuni come anacronistica e inopportuna, e non solo in quanto a terminologia.</b></p><p>E qui devo fare una premessa dovuta: <b>il titolo è una provocazione</b>.</p><p>Non avrete certo pensato che un blog sul fantasy avrebbe propugnato una tale accusa nei confronti del suo genere d’elezione? E poi la parola “razzista”, se può essere applicata a una determinata persona o un determinato testo, a uno specifico utilizzo delle parole o prodotto culturale, non può certo essere applicata a un intero genere come il fantasy, che comprende potenzialmente un’infinita quantità e varietà di testi. Sarebbe come dire che l’horror è progressista, o che il romanzo storico è conservatore.</p><p>Però c’è un fatto. <b>Il fantasy con il suo patrimonio di razze</b>, nate con Tolkien e strutturate nelle varie tipologie grazie alla letteratura a lui successiva, al Gioco di Ruolo e ai videogiochi RPG, <b>è uno dei pochi ambiti dove la parola razza è ancora usata senza avere i connotati negativi che i fatti del Novecento</b> (apartheid, colonialismo e leggi razziali) <b>le hanno conferito.</b></p><p>In Italia poi c’è un’altra circostanza da considerare, insieme alla questione della razza nel fantasy, ed è il fatto che questa faccia da pendant con l’<b>affermare diffuso che il fantasy sia un genere di destra</b>, assumendo erroneamente che certi generi letterari possano essere assimilabili a una determinata matrice politica. É quindi sbagliato attribuire al fantasy una <b>portata ideologica che non ha</b> e andrebbe approfondito anche come sia accaduto che certe destre in Italia si siano appropriate di alcuni immaginari, uno su tutti quello tolkieniano (si veda l’esperienza dei Campi Hobbit e del gruppo musicale La Compagnia dell’Anello).</p><p>Anche se vogliamo valutare l’eventualità del razzismo nel fantasy, però, le virgolette sulla parola “razzista” sono d’obbligo. Se parliamo di racconti ambientati in mondi di fantasia, infatti, non possiamo trovare quella tendenza a “sostenere che la specie umana possa essere suddivisibile in razze biologicamente distinte, caratterizzate da diverse capacità intellettive, valoriali, etiche e/o morali” (così Wikipedia parla del razzismo). Il fantasy, infatti, <b>non divide l’umanità in razze</b>, ma casomai <b>inserisce l’umanità tra altre razze possibili</b>, e parla di mondi che non sono questo mondo (e al massimo ne sono un’allegoria).</p><p>Quindi il fantasy non può essere “razzista”. Ecco, se al titolo fosse permesso di essere più lungo di due righe, la domanda non sarebbe se il fantasy è razzista o meno, ma “come dobbiamo interpretare, nel racconto fantasy, l’utilizzo di “razze” inventate (come elfi, nani, goblin, eccetera) e l’attribuzione a quest’ultime di determinate caratteristiche, più o meno stereotipate, in relazione al fenomeno del razzismo”. Le razze nel fantasy possono essere assimilate in qualche modo alle razze delle leggi razziali?</p><p>È una domanda difficile. Nel canone fantasy esistono una gran varietà di razze e il fatto che alcune di esse siano considerate malvagie o sgradevoli per loro natura (come orchi, goblin e coboldi), che ad altre siano attribuite caratteristiche stereotipate (i nani sono avidi e burberi, gli halfling socievoli e tranquilli) e che ad altre ancora sia attribuita maggior virtù e bellezza (elfi e umani) potrebbe ricordare alcuni meccanismi propri del razzismo (come il pregiudizio) e far pensare che sia giunto il momento di abbandonarle, anche a costo di snaturare il genere.</p><p>Innanzitutto, però, è diversa la concezione di razza: le categorie delle leggi razziali miravano a suddividere la razza umana, le razze del fantasy inseriscono, nella finzione, la razza umana in un contesto in cui esistono molte altre razze più o meno simili ad essa (come spiega Crawford: “Ecco come sei diverso da un umano”). Perché, se nella realtà il concetto di “razza umana” è stato destituito e delegittimato, nel fantasy dovrebbe avvenire lo stesso?  Del resto, stiamo parlando di mondi fantastici, popolati da molte creature inventate, e non è così scandaloso inserire in esse una categorizzazione non valida nel nostro mondo.</p><p>Ma la motivazione più importante è la <b>differenza negli obiettivi della “categoria razziale”</b> tra il fantasy e il razzismo, ovvero nell’esistenza o meno di una <b>finalità discriminatoria</b>. Tutti i racconti hanno bisogno di diversità, e le razze, nel fantasy, sono un espediente per affascinare, creare varietà e caratteristiche; non di rado, infatti, vanno di pari passo con la suddivisione dei ruoli. Se si va all’origine della loro concezione, Tolkien non ha mai gerarchizzato le razze della Terra di Mezzo, né ha fatto degli Elfi gli “ariani” del suo mondo – egli addirittura detestava il nazismo. Nella <i>lore</i> tolkieniana Elfi e Uomini (le due razze principali) sono intelligenze incarnate dello stesso ordine, diverse, ma poste allo stesso livello. Ogni razza ha le proprie caratteristiche e <b>non c’è una razza considerata più negativa delle altre<b>.</p><p>Il male, a volte, è nell’occhio di chi guarda.</p>"}}]},"others":{"totalCount":27,"edges":[{"node":{"frontmatter":{"title":"Black Phone: un'escape room spietata nell'ultima fatica di Derrickson","date":"2022-07-04T05:47:05.182Z","author":"Simone Schiaffella","slug":"black-phone","thumbnail":"/black-phone-recensione.png","banner":"/black-phone-recensione.png"},"html":"<h3><strong><em>Sulle orme di un grande Maestro, il nuovo horror di Scott Derrickson strizza l’occhio agli amanti degli enigmi e unisce generi vecchi e nuovi.</em></strong></h3>\n<p>Nel 1978, il sobborgo della città di Denver è sconvolto da una serie di sparizioni ad opera del \"Rapace\", un feroce serial killer che sceglie le sue vittime tra i bambini della scuola locale. Tra le grinfie del pericoloso assassino cade anche il giovane e intelligente Finney Shaw (Mason Thames), che vive con la sua famiglia nella ridente città del Colorado e che, nonostante le minacce dell'alcolizzato e violento padre e le continue vessazioni dei bulli della scuola, non ha mai imparato a difendersi da solo. All’interno dell’inospitale seminterrato, Finney si troverà alle prese con un male incomprensibile e un misterioso telefono nero che, in modo del tutto inspiegabile, lo metterà in contatto con i bambini imprigionati prima di lui, dandogli un’unica, preziosa occasione di salvezza. </p>\n<p>Sono queste le premesse di Black Phone, l'ultimo film di Scott Derrickson tratto dal racconto di Joe Hill, scrittore e fumettista statunitense figlio d’arte nientepopodimeno che del Re del Brivido stesso: Stephen King. Un film che, nonostante alcune imperfezioni, non manca di regalare un’ora e mezza di sana tensione allo spettatore, dimostrandosi all’altezza delle aspettative.</p>\n<h2>Tale padre, tale figlio</h2>\n<p>Quando sei il figlio di Stephen King e decidi di fare del racconto la tua professione corri il rischio di rimanere sotto l’ombra di un padre dal nome ingombrante, nel tentativo di colmare un’impronta troppo grande per essere colmata. Non è questo quello che è successo a Joe Hill, pseudonimo di Joseph Hillström King. </p>\n<p>Lo scrittore, che ha sfidato la fama del padre utilizzando uno pseudonimo slegato al nome di famiglia, ha accumulato negli anni numerosi successi sia in campo letterario che attraverso mezzi espressivi tutti suoi. Sua è la penna, ad esempio, che si trova dietro a Locke &#x26; Key, fortunata serie comics portata alla ribalta dall’omonima serie di Netflix giunta alla seconda stagione, o ancora dietro alcune delle serie di Hill House Comics, l’etichetta horror di DC Comics di cui è curatore.</p>\n<p>Ma è nel racconto The Black Phone che Joe Hill percorre maggiormente il solco dell’eredità paterna. E lo fa non solo scrivendo una storia legata al mondo dell’orrore e del fantastico, ma misurandosi con temi squisitamente tratti dal repertorio paterno. </p>\n<p>Come nelle storie di King, in The Black Phone si parla di una minaccia concreta, un male che - come in ogni favola oscura - prende di mira i bambini. Si parla, però, anche di un mondo adulto inadeguato, fatto di adulti alieni, incapaci di dialogare in maniera paritaria e fruttuosa con tutti i bambini, a partire dal proprio bambino interiore. Come spesso accade in queste storie, la risoluzione della vicenda è legata proprio nella rivincita dei bambini nei confronti del mondo adulto.</p>\n<p>In questo senso, troviamo forti somiglianze con il romanzo It, uno dei romanzi più celebri del Re, e con il racconto Il Corpo, dal quale è stato tratto il film Stand By Me. Si tratta di storie nelle quali svolgono un ruolo di primo piano la solidarietà e l’amicizia, valori inestimabilii che esistono in una dimensione puramente infantile e che scompaiono progressivamente una volta avviata la delicata fase della trasformazione verso l’età adulta.</p>\n<p>Come in questi racconti di Stephen King, in Black Phone troviamo un mondo interno situato entro i confini di una cerchia ristretta di bambini e ragazzi. In questo mondo resistono empatia e senso di comunità, mentre nel mondo esterno, minaccioso, questi valori sono perduti per sempre e predominano l’individualismo e la prevaricazione, personificati di volta in volta dal cattivo di turno.</p>\n<h2>Un “rapace” al massimo della sua forza</h2>\n<p>Il cattivo di turno, appunto. In questa pellicola è il Rapace, un rapitore enigmatico che, come molti altri criminali, si fa agente del caos seguendo un set di regole predefinite: un pattern, come direbbero i criminologi, un nuovo regolamento che prende il posto delle norme sociali.</p>\n<p>Anche se di questo villain sappiamo ben poco e nulla ci viene detto rispetto alla sua storia e alle sue motivazioni, guardando il film la domanda che ci sorge spontanea è soprattutto una: si può caratterizzare un villain senza l’utilizzo delle espressioni del viso? Se ti chiami Eithan Hawke, la risposta è sì. L’attore - che ha già lavorato con Scott Derrickson in “Sinister”, apprezzatissimo horror del 2012 - riesce a dare vita a un personaggio iconico pur rimanendo per gran parte del film dietro la bellissima quanto terrificante maschera del Rapace.</p>\n<p>Eithan Hawke è l’attore giusto. Non solo perché il suo cognome ricorda curiosamente il termine inglese che identifica il falco, uccello rapace per eccellenza, a suggellare una connessione quasi mistica con il suo personaggio (almeno nell’adattamento italiano), ma perché riesce, facendo utilizzo della sola voce e dell’espressività corporea, a trasmettere con efficacia tuttò ciò che serve. Riesce, perfino, a far emergere quel pizzico di follia e quindi imprevedibilità che è in grado di renderlo minaccioso agli occhi del piccolo Finney, e perciò anche ai nostri.</p>\n<p>Ancora di più. Così come avviene in tanti altri film del genere, l’assenza totale o parziale del volto dell’antagonista amplifica il senso di inquietudine. Non siamo in grado di attribuire alcuna umanità, e quindi debolezza, a ciò di cui non vediamo il volto. Non è un caso, infatti, che la maschera del Rapace si sfili proprio nel momento in cui egli è più vulnerabile, in cui la paura ha avuto la meglio e la situazione è ormai fuori controllo.</p>\n<h2>Un seminterrato affollato, una città deserta</h2>\n<p>La fortuna di Black Phone si deve certamente, anche alla diffusione dei prodotti di tipo “Escape Room”. Da genere videoludico, infatti, l’escape room si è diffuso oggi attraverso diversi mezzi narrativi e ha dato vita a diverse produzioni di successo, delle quali l’horror “Escape Room”, del 2019, è solo la manifestazione più eclatante.</p>\n<p>Così come, a partire da Edgar Allan Poe, passando per Agatha Christie e il Detective Conan, per oltre un secolo ci siamo divertiti con i gialli della camera chiusa, risolvendo misteri impossibili, oggi è l’escape room che va per la maggiore, genere diverso ma non meno ingegnoso. Nella escape room, ad essere impossibile non è l’omicidio, ma l’uscita, e in Black Phone, che è un perfetto esponente del genere, tutti i pezzi si incastrano alla perfezione.</p>\n<p>E se questa “compiutezza” di trama è uno dei maggiori punti di forza della pellicola, che darà gran piacere agli amanti degli enigmi, il maggior punto di debolezza è da ricercare fuori dall’escape room, nelle strade desolate e nelle case di Denver, dove regna invece una maggiore inconcludenza.</p>\n<p>Un seminterrato pieno, una città vuota. Nessuna delle trame che ci vengono presentate al di fuori della stanza - a partire dalle vicende della sorellina-prodigio Gwen (Madeleine McGraw) fino ad arrivare a quella del fratello-investigatore del Rapace (James Ransone) - aggiunge qualcosa di concreto alla trama, né contribuisce alla sua risoluzione.  L’interruzione delle vicende di Finney in favore di questi personaggi finisce per smorzare la tensione e diluire troppo le parti di trama che hanno maggior potenziale.</p>\n<p>Un vero peccato: lo stesso tempo di pellicola poteva essere utilizzato per fornire maggiori elementi di contesto, magari una backstory dell’antagonista o qualche dettaglio in più sulla storia familiare di Finney, a tutto vantaggio della solidità alla storia.</p>\n<h2>Concusioni</h2>\n<p>Pur ricordando, a più riprese, altre pellicole del genere, Black Phone non stenta a trovare la propria unicità. L’originalità dell’idea di partenza, l’accurata messa in scena e un casting particolarmente ispirato fanno di questa pellicola un prodotto eccellente, che vi terrà con il fiato sospeso e rievocherà, a tratti, paure dell’infanzia mai sopite.</p>"}},{"node":{"frontmatter":{"title":"Tutti gli scrittori maledetti di Stephen King","date":"2021-04-11T15:01:19.127Z","author":"Simone Schiaffella","slug":"tutti-gli-scrittori-maledetti-di-stephen-king","thumbnail":"/johnny-depp-secret-window.png","banner":"/johnny-depp-secret-window.png"},"html":"<p><strong><em>Jack Torrance, Paul Sheldon, Bill Denbrough e gli altri. Tutti i personaggi di Stephen King che condividono, con il Re del brivido, il mestiere di scrivere.</em></strong></p>\n<p><em>N.B. Nel rispetto di tutti i lettori, e in particolare di quelli che sono in cerca di nuovi romanzi da leggere o film da vedere, ho cercato di mantenere questo articolo il più possibile</em> spoiler-free<em>.</em></p>\n<p><strong>Stephen King</strong> è il più celebre autore di letteratura horror di sempre. Ha dato alla luce <strong>più di 50 romanzi e 400 racconti</strong>, raccogliendo un enorme successo popolare, e la fama dei suoi libri, condizionata anche dalle innumerevoli trasposizioni di cui sono stati oggetto, si deve soprattutto alla sua capacità di raccontare con profondità le diverse condizioni umane e di costruire personaggi indimenticabili. Nonostante egli sia un grande appassionato di cinema, musica e televisione, il suo mezzo espressivo d’elezione - manco a dirlo- è <strong>la scrittura</strong>, con la quale egli ha costruito il suo vastissimo immaginario e realizzato il suo successo lavorativo.</p>\n<p>Ciò detto, non stupisce che, all’interno dei suoi romanzi, lo scrivere sia divenuto, a più riprese, oltre che medium, anche oggetto della narrazione: <strong>raccontare <em>lo scrivere</em> attraverso <em>la scrittura</em></strong>. In alcuni dei suoi romanzi più fortunati, infatti, il protagonista si trova proprio alle prese con la scrittura, e in particolare con la scrittura di romanzi. Come se l’attività maggiormente riuscita di Stephen King - o la più necessaria - fosse <strong>raccontare sé stesso e le varie declinazioni del proprio lavoro</strong>, sovrapponendo i suoi pensieri e i suoi timori  a quelli dei personaggi; realizzando, così, <strong>la più necessaria delle empatie, ovvero quella che uno scrittore deve riservare alle proprie creature</strong>.</p>\n<p>Da Jack Torrance a Paul Sheldon, passando per Bill Denbrough e Mort Rainey, sono diversi i personaggi che hanno incarnato, all’interno dei romanzi del maestro dell’orrore, <strong>il mestiere di scrivere, le sue angoscie e i suoi timori</strong>, dando voce, con ogni probabilità, agli incubi che lo stesso Stephen King, in quanto scrittore, ha vissuto in prima persona.</p>\n<p><img src=\"/jack-nicholson-the-shining.png\" alt=\"Jack Nicholson in Shining (1980)\" title=\"Jack Nicholson in Shining (1980)\"></p>\n<p><em>Jack Nicholson in</em> Shining <em>(1980)</em></p>\n<p><strong>Jack Torrance (<em>Shining</em>), lo scrittore in cerca di stimoli</strong></p>\n<p>Costantemente in lotta con le proprie vicende personali, alle prese con il rimorso e con le conseguenze di quella che definisce una vita “ingiusta” per sé stesso, <strong>Jack Torrance</strong> è uno dei tre memorabili protagonisti di <strong><em>Shining</em></strong>, il romanzo del 1977. Reso noto soprattutto dal film del 1980 diretto da Stanley Kubrick, il libro racconta le vicende di un ex-insegnante che, divenuto guardiano invernale dell’Oveerlook Hotel, si trova a passare un lungo inverno isolato con la sua famiglia, impegnato nella <strong>scrittura di un libro che dovrebbe consacrarlo definitivamente ma che stenta a decollare</strong>. Finché la vicenda prende una piega molto diversa dal previsto.</p>\n<p><img src=\"/bruce-willis-misery.png\" alt=\"Bruce Willys nella piece teatrale di Misery (2015)\" title=\"Bruce Willys nella piece teatrale di Misery (2015)\"></p>\n<p><em>Bruce Willys nella piece teatrale di</em> Misery <em>(2015)</em></p>\n<p><strong>Paul Sheldon (<em>Misery</em>), lo scrittore sfortunato</strong></p>\n<p><strong>Paul Sheldon</strong> è il <strong>popolare scrittore di romanzi protagonista di <em>Misery</em></strong>, il romanzo del 1987. A differenza di Jack Torrance, Paul è <strong>uno scrittore di successo, che sente però troppo stretto il ruolo nel quale il mercato editoriale e il pubblico lo hanno relegato</strong>. La vicenda prende il via quando Paul, vittima di un brutto incidente stradale, si risveglia nella casa della sua salvatrice: Annie Wilkies. Accidentalmente, Annie è la <strong>fan numero uno</strong> di Paul, o meglio di Misery Chastain, l’eroina dei suoi romanzi. Anche questo libro è stato reso famoso da un film, del 1990, che è valso l’oscar alla protagonista femminile Kathy Bates.</p>\n<p><img src=\"/james-mcavoy-it-chapter-2.png\" alt=\"James McAvoy in It - Capitolo 2 (2019)\" title=\"James McAvoy in It - Capitolo 2 (2019)\"></p>\n<p><em>James McAvoy in</em> It - Capitolo 2 <em>(2019)</em></p>\n<p><strong>Bill Denbrough (<em>It</em>), lo scrittore fortunato</strong></p>\n<p><strong>Bill Denbrough</strong> è uno dei protagonisti di <strong><em>It</em></strong>, il <strong>romanzo del 1986 considerato il capolavoro del Re</strong>. Bill è uno dei Perdenti che, nell’estate del 1958, si trova a fronteggiare l’entità oscura che prende il nome di It e che, nelle sue vesti preferite, ovvero quelle del clown Pennywise, semina terrore nelle cittadina di Derry. Da adulto, Bill si trasforma in <strong>uno scrittore di successo che, tuttavia, non ha mai scritto un finale decente per nessuno dei suoi libri</strong>.</p>\n<p><img src=\"/johnny-depp-secret-window-2.png\" alt=\"Johnny Depp in Secret Window (2004)\" title=\"Johnny Depp in Secret Window (2004)\"></p>\n<p><em>Johnny Depp in</em> Secret Window <em>(2004)</em></p>\n<p><strong>Mort Rainey (<em>Finestra segreta, giardino segreto</em>), lo scrittore che copia</strong></p>\n<p><strong>Mort Rainey</strong> è il protagonista del racconto <strong><em>Finestra segreta, giardino segreto</em></strong> (dalla raccolta di racconti <em>Quattro dopo mezzanotte</em>, del 1990) ed è <strong>uno scrittore di romanzi horror</strong> che, appena divorziato, si trasferisce in solitudine in una casa nel bosco. Quando una mattina <strong>un uomo di nome John Shooter bussa alla sua porta, sostenendo di avere la paternità di uno dei suoi racconti</strong>, per Mort cominciano i guai. Il racconto è stato trasporto in un film del 2004 con protagonista Johnny Depp.</p>\n<p><img src=\"/timothy-hutton-la-meta-oscura.png\" alt=\"Timothy Hutton in La metà oscura (1993)\" title=\"Timothy Hutton in La metà oscura (1993)\"></p>\n<p><em>Timothy Hutton in</em> La metà oscura <em>(1993)</em></p>\n<p><strong>Thad Beaumont (<em>La metà oscura</em>), lo scrittore e il suo pseudonimo</strong></p>\n<p>In questo caso siamo alle prese con un autore di romanzi impegnativi, <strong>Thad Beaumont</strong>, che <strong>scrive opere più commerciali e di successo sotto lo pseudonimo di George Stark.</strong> Inutile dire che alla finequalcosa, in questo equilibrio, si rompe.</p>\n<p><strong>Lo stesso King scrisse diverse storie</strong>, negli anni ‘70, <strong>sotto lo pseudonimo di Richard Bachman</strong>. Quando <strong>la sua identità venne finalmente scoperta</strong>, egli scrisse La metà oscura (1989).</p>\n<p><img src=\"/victoire-du-bois-marianne.png\" alt=\"Victoire Du Bois in Marianne (2019)\" title=\"Victoire Du Bois in Marianne (2019)\"></p>\n<p><em>Victoire Du Bois in</em> Marianne <em>(2019)</em></p>\n<p><strong>Bonus Track - Emma Larsimon (<em>Marianne</em>), la scrittrice funesta</strong></p>\n<p><strong>Emma Larsimon</strong> <strong>non è un personaggio di Stephen King</strong>, ma la serie tv francese di Netflix di cui è protagonista, <em>Marianne</em> (2019), <strong>potrebbe benissimo essere stata trasposta da un romanzo del Re</strong>, tanto ne contiene i temi e lo spirito. Stephen King, in un suo tweet, l’ha descritta così:</p>\n<blockquote>\n<p>\"Se rientri tra i folli - come me - che amano essere spaventati, Marianne (Netflix) fa al caso tuo. Ci sono frammenti di umorismo che trasmettono un'atmosfera alla Stranger Things. E ha anche (lo dico con tutta la dovuta modestia) un'atmosfera alla Stephen King.\"</p>\n</blockquote>\n<p>Emma Larsimon è <strong>una scrittrice di successo che, una volta tornata nella sua città natale, scopre che lo spirito malvagio protagonista dei suoi romanzi sta minacciando il mondo reale</strong>. </p>\n<p><strong>Perfetta per la nostra playlist.</strong><br>\n<br>\n<em>In copertina: Johnny Depp in</em> Secret Window <em>(2004)</em></p>"}},{"node":{"frontmatter":{"title":"Ogni storia è un atto di ribellione","date":"2021-04-05T17:17:23.472Z","author":"Simone Schiaffella","slug":"ogni-storia-e-un-atto-di-ribellione","thumbnail":"/herman-melville-moby-dick-illustration-by-rockwell-kent.jpg","banner":"/herman-melville-moby-dick-illustration-by-rockwell-kent-2.jpg"},"html":"<p><strong>___</strong></p>\n<p><strong>Ogni storia è un atto di ribellione.</strong></p>\n<p>È un corpo che si sveglia, una mattina, e si oppone allo stato delle cose nel mondo.</p>\n<p>Ogni corpo è un atto di ribellione. Una ribellione che si realizza nel trasformare l’energia latente dell’universo e farla propria, asservirla ai propri bisogni.  Nello stabilire il confine del proprio corpo rispetto al mondo e difendere quel confine. La vita che si scontra con l’equilibrio del cosmo, che lo disfa e vi si inserisce, con prepotenza; che cambia lo stato della materia e delle cose, sfuggendo alla morte e al ritorno dell’equilibrio.</p>\n<p>Così ogni storia, quando nasce, include al proprio interno una volontà difforme rispetto al naturale andamento delle cose, una trasformazione voluta, desiderata, dello status quo. Romeo desidera Giulietta, il popolo il disfacimento dell’Ancien Régime, Achab la sua vendetta sulla Balena Bianca. Ciascuno organizza la propria resistenza nei confronti del mondo, opponendosi alla morte e all’assenza di volontà.</p>\n<p>Finché la storia si conclude, la volontà si dissolve, la lotta finisce lasciando spazio al ritorno di un nuovo equilibrio.</p>\n<p>Contrazione e poi rilassamento.</p>\n<p>Sistole, e poi diastole.</p>\n<p>-S</p>\n<p><img src=\"/rockwell-kent-moby-dick1.png\" alt=\"Il Capitano Achab - Illustrazone di Rockwell Kent\" title=\"Il Capitano Achab - Illustrazone di Rockwell Kent\"></p>\n<p><em>Il Capitano Achab - Illustrazone di Rockwell Kent</em></p>\n<p><em>Sopra: particolare di illustrazione di Rockwell Kent - Moby Dick</em></p>"}},{"node":{"frontmatter":{"title":"Oggi la rimpatriata del cast di LOTR: dove e quando vederla","date":"2020-05-31T09:07:54.067Z","author":"Simone Schiaffella","slug":"reunion-cast-lotr","thumbnail":"/101382214_1896870803788195_945152130950365184_n.jpg","banner":"/101382214_1896870803788195_945152130950365184_n.jpg"},"html":"<p><strong>Una reunion a lungo attesa.</strong> Ci siamo: dopo l'annuncio (<a href=\"https://www.youtube.com/watch?v=NzPpOzBxJfk\">qui il video</a>) fatto qualche giorno fa da Josh Gad tramite il suo <a href=\"https://www.youtube.com/channel/UCMCd3u3uQ0DtlDfVU0GlKpQ/videos\">canale YouTube</a>, oggi sarà finalmente possibile vedere la <strong>reunion del cast</strong> della pluripremiata trilogia di Peter Jackson, tutti insieme in una videochiamata zoom a quasi 20 anni dalla sua uscita dalle sale. </p>\n<p>Dopo aver organizzato le reunion di due dei più importanti <strong>cult-movie</strong> del cinema americano, \"<a href=\"https://www.youtube.com/watch?v=-SF_VyXQpyo\">I Goonies</a>\" e \"<a href=\"https://www.youtube.com/watch?v=crdYIUdUOhc\">Ritorno al Futuro</a>\", l'attore ha chiamato a partecipare a una videochiamata gli attori del \"Signore degli Anelli\". Saranno presenti Elijah Wood (Frodo Baggins), Billy Boyd (Peregrino Tuc), Ian McKellen (Gandalf), Orlando Bloom (Legolas), Viggo Mortensen (Aragorn), Sean Astin (Samvise Gamgee), Dominic Monaghan (Meriadoc Brandibuck), Miranda Otto (Arwen), John Rhys-Davies (Gimli), Andy Serkis (Smeagol/Gollum), Liv Tyler (Arwen), Sean Bean (Boromir), Karl Urban (Eomer) e il regista dei film Peter Jackson.</p>\n<p>La premiere YouTube si terrà in diretta <a href=\"https://www.youtube.com/watch?v=l_U0S6x_kCs\">questa pagina</a> a partire dalle <strong>18:00 ora italiana</strong>. In alternativa, potete asisstere a questa imperdibile videochiamata qui sotto:</p>\n<iframe width=\"720\" height=\"405\" src=\"https://www.youtube.com/embed/l_U0S6x_kCs\" frameborder=\"0\" allow=\"accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture\" allowfullscreen></iframe>"}}]}},"pageContext":{"slug":"fantasy-razzista"}},"staticQueryHashes":["3566934469","3566934469","63159454","63159454","997296527","997296527"]}