{"componentChunkName":"component---src-templates-tag-page-js","path":"/tag/film","result":{"data":{"results":{"totalCount":5,"edges":[{"node":{"frontmatter":{"title":"","date":null,"author":null,"slug":null,"tags":null,"thumbnail":null},"html":"","internal":{"type":"MarkdownRemark","mediaType":null,"description":null},"excerpt":""}},{"node":{"frontmatter":{"title":"Black Phone: un'escape room spietata nell'ultima fatica di Derrickson","date":"2022-07-04T05:47:05.182Z","author":"Simone Schiaffella","slug":"black-phone","tags":[{"frontmatter":{"name":"film","label":"Film"}}],"thumbnail":"/black-phone-recensione.png"},"html":"<h3><strong><em>Sulle orme di un grande Maestro, il nuovo horror di Scott Derrickson strizza l’occhio agli amanti degli enigmi e unisce generi vecchi e nuovi.</em></strong></h3>\n<p>Nel 1978, il sobborgo della città di Denver è sconvolto da una serie di sparizioni ad opera del \"Rapace\", un feroce serial killer che sceglie le sue vittime tra i bambini della scuola locale. Tra le grinfie del pericoloso assassino cade anche il giovane e intelligente Finney Shaw (Mason Thames), che vive con la sua famiglia nella ridente città del Colorado e che, nonostante le minacce dell'alcolizzato e violento padre e le continue vessazioni dei bulli della scuola, non ha mai imparato a difendersi da solo. All’interno dell’inospitale seminterrato, Finney si troverà alle prese con un male incomprensibile e un misterioso telefono nero che, in modo del tutto inspiegabile, lo metterà in contatto con i bambini imprigionati prima di lui, dandogli un’unica, preziosa occasione di salvezza. </p>\n<p>Sono queste le premesse di Black Phone, l'ultimo film di Scott Derrickson tratto dal racconto di Joe Hill, scrittore e fumettista statunitense figlio d’arte nientepopodimeno che del Re del Brivido stesso: Stephen King. Un film che, nonostante alcune imperfezioni, non manca di regalare un’ora e mezza di sana tensione allo spettatore, dimostrandosi all’altezza delle aspettative.</p>\n<h2>Tale padre, tale figlio</h2>\n<p>Quando sei il figlio di Stephen King e decidi di fare del racconto la tua professione corri il rischio di rimanere sotto l’ombra di un padre dal nome ingombrante, nel tentativo di colmare un’impronta troppo grande per essere colmata. Non è questo quello che è successo a Joe Hill, pseudonimo di Joseph Hillström King. </p>\n<p>Lo scrittore, che ha sfidato la fama del padre utilizzando uno pseudonimo slegato al nome di famiglia, ha accumulato negli anni numerosi successi sia in campo letterario che attraverso mezzi espressivi tutti suoi. Sua è la penna, ad esempio, che si trova dietro a Locke &#x26; Key, fortunata serie comics portata alla ribalta dall’omonima serie di Netflix giunta alla seconda stagione, o ancora dietro alcune delle serie di Hill House Comics, l’etichetta horror di DC Comics di cui è curatore.</p>\n<p>Ma è nel racconto The Black Phone che Joe Hill percorre maggiormente il solco dell’eredità paterna. E lo fa non solo scrivendo una storia legata al mondo dell’orrore e del fantastico, ma misurandosi con temi squisitamente tratti dal repertorio paterno. </p>\n<p>Come nelle storie di King, in The Black Phone si parla di una minaccia concreta, un male che - come in ogni favola oscura - prende di mira i bambini. Si parla, però, anche di un mondo adulto inadeguato, fatto di adulti alieni, incapaci di dialogare in maniera paritaria e fruttuosa con tutti i bambini, a partire dal proprio bambino interiore. Come spesso accade in queste storie, la risoluzione della vicenda è legata proprio nella rivincita dei bambini nei confronti del mondo adulto.</p>\n<p>In questo senso, troviamo forti somiglianze con il romanzo It, uno dei romanzi più celebri del Re, e con il racconto Il Corpo, dal quale è stato tratto il film Stand By Me. Si tratta di storie nelle quali svolgono un ruolo di primo piano la solidarietà e l’amicizia, valori inestimabilii che esistono in una dimensione puramente infantile e che scompaiono progressivamente una volta avviata la delicata fase della trasformazione verso l’età adulta.</p>\n<p>Come in questi racconti di Stephen King, in Black Phone troviamo un mondo interno situato entro i confini di una cerchia ristretta di bambini e ragazzi. In questo mondo resistono empatia e senso di comunità, mentre nel mondo esterno, minaccioso, questi valori sono perduti per sempre e predominano l’individualismo e la prevaricazione, personificati di volta in volta dal cattivo di turno.</p>\n<h2>Un “rapace” al massimo della sua forza</h2>\n<p>Il cattivo di turno, appunto. In questa pellicola è il Rapace, un rapitore enigmatico che, come molti altri criminali, si fa agente del caos seguendo un set di regole predefinite: un pattern, come direbbero i criminologi, un nuovo regolamento che prende il posto delle norme sociali.</p>\n<p>Anche se di questo villain sappiamo ben poco e nulla ci viene detto rispetto alla sua storia e alle sue motivazioni, guardando il film la domanda che ci sorge spontanea è soprattutto una: si può caratterizzare un villain senza l’utilizzo delle espressioni del viso? Se ti chiami Eithan Hawke, la risposta è sì. L’attore - che ha già lavorato con Scott Derrickson in “Sinister”, apprezzatissimo horror del 2012 - riesce a dare vita a un personaggio iconico pur rimanendo per gran parte del film dietro la bellissima quanto terrificante maschera del Rapace.</p>\n<p>Eithan Hawke è l’attore giusto. Non solo perché il suo cognome ricorda curiosamente il termine inglese che identifica il falco, uccello rapace per eccellenza, a suggellare una connessione quasi mistica con il suo personaggio (almeno nell’adattamento italiano), ma perché riesce, facendo utilizzo della sola voce e dell’espressività corporea, a trasmettere con efficacia tuttò ciò che serve. Riesce, perfino, a far emergere quel pizzico di follia e quindi imprevedibilità che è in grado di renderlo minaccioso agli occhi del piccolo Finney, e perciò anche ai nostri.</p>\n<p>Ancora di più. Così come avviene in tanti altri film del genere, l’assenza totale o parziale del volto dell’antagonista amplifica il senso di inquietudine. Non siamo in grado di attribuire alcuna umanità, e quindi debolezza, a ciò di cui non vediamo il volto. Non è un caso, infatti, che la maschera del Rapace si sfili proprio nel momento in cui egli è più vulnerabile, in cui la paura ha avuto la meglio e la situazione è ormai fuori controllo.</p>\n<h2>Un seminterrato affollato, una città deserta</h2>\n<p>La fortuna di Black Phone si deve certamente, anche alla diffusione dei prodotti di tipo “Escape Room”. Da genere videoludico, infatti, l’escape room si è diffuso oggi attraverso diversi mezzi narrativi e ha dato vita a diverse produzioni di successo, delle quali l’horror “Escape Room”, del 2019, è solo la manifestazione più eclatante.</p>\n<p>Così come, a partire da Edgar Allan Poe, passando per Agatha Christie e il Detective Conan, per oltre un secolo ci siamo divertiti con i gialli della camera chiusa, risolvendo misteri impossibili, oggi è l’escape room che va per la maggiore, genere diverso ma non meno ingegnoso. Nella escape room, ad essere impossibile non è l’omicidio, ma l’uscita, e in Black Phone, che è un perfetto esponente del genere, tutti i pezzi si incastrano alla perfezione.</p>\n<p>E se questa “compiutezza” di trama è uno dei maggiori punti di forza della pellicola, che darà gran piacere agli amanti degli enigmi, il maggior punto di debolezza è da ricercare fuori dall’escape room, nelle strade desolate e nelle case di Denver, dove regna invece una maggiore inconcludenza.</p>\n<p>Un seminterrato pieno, una città vuota. Nessuna delle trame che ci vengono presentate al di fuori della stanza - a partire dalle vicende della sorellina-prodigio Gwen (Madeleine McGraw) fino ad arrivare a quella del fratello-investigatore del Rapace (James Ransone) - aggiunge qualcosa di concreto alla trama, né contribuisce alla sua risoluzione.  L’interruzione delle vicende di Finney in favore di questi personaggi finisce per smorzare la tensione e diluire troppo le parti di trama che hanno maggior potenziale.</p>\n<p>Un vero peccato: lo stesso tempo di pellicola poteva essere utilizzato per fornire maggiori elementi di contesto, magari una backstory dell’antagonista o qualche dettaglio in più sulla storia familiare di Finney, a tutto vantaggio della solidità alla storia.</p>\n<h2>Concusioni</h2>\n<p>Pur ricordando, a più riprese, altre pellicole del genere, Black Phone non stenta a trovare la propria unicità. L’originalità dell’idea di partenza, l’accurata messa in scena e un casting particolarmente ispirato fanno di questa pellicola un prodotto eccellente, che vi terrà con il fiato sospeso e rievocherà, a tratti, paure dell’infanzia mai sopite.</p>","internal":{"type":"MarkdownRemark","mediaType":null,"description":null},"excerpt":"Sulle orme di un grande Maestro, il nuovo horror di Scott Derrickson strizza l’occhio agli amanti degli enigmi e unisce generi vecchi e…"}},{"node":{"frontmatter":{"title":"Oggi la rimpatriata del cast di LOTR: dove e quando vederla","date":"2020-05-31T09:07:54.067Z","author":"Simone Schiaffella","slug":"reunion-cast-lotr","tags":[{"frontmatter":{"name":"cinema","label":"Cinema"}},{"frontmatter":{"name":"franchise","label":"Franchise"}},{"frontmatter":{"name":"il-signore-degli-anelli","label":"Il Signore degli Anelli"}},{"frontmatter":{"name":"fantasy","label":"Fantasy"}},{"frontmatter":{"name":"film","label":"Film"}}],"thumbnail":"/101382214_1896870803788195_945152130950365184_n.jpg"},"html":"<p><strong>Una reunion a lungo attesa.</strong> Ci siamo: dopo l'annuncio (<a href=\"https://www.youtube.com/watch?v=NzPpOzBxJfk\">qui il video</a>) fatto qualche giorno fa da Josh Gad tramite il suo <a href=\"https://www.youtube.com/channel/UCMCd3u3uQ0DtlDfVU0GlKpQ/videos\">canale YouTube</a>, oggi sarà finalmente possibile vedere la <strong>reunion del cast</strong> della pluripremiata trilogia di Peter Jackson, tutti insieme in una videochiamata zoom a quasi 20 anni dalla sua uscita dalle sale. </p>\n<p>Dopo aver organizzato le reunion di due dei più importanti <strong>cult-movie</strong> del cinema americano, \"<a href=\"https://www.youtube.com/watch?v=-SF_VyXQpyo\">I Goonies</a>\" e \"<a href=\"https://www.youtube.com/watch?v=crdYIUdUOhc\">Ritorno al Futuro</a>\", l'attore ha chiamato a partecipare a una videochiamata gli attori del \"Signore degli Anelli\". Saranno presenti Elijah Wood (Frodo Baggins), Billy Boyd (Peregrino Tuc), Ian McKellen (Gandalf), Orlando Bloom (Legolas), Viggo Mortensen (Aragorn), Sean Astin (Samvise Gamgee), Dominic Monaghan (Meriadoc Brandibuck), Miranda Otto (Arwen), John Rhys-Davies (Gimli), Andy Serkis (Smeagol/Gollum), Liv Tyler (Arwen), Sean Bean (Boromir), Karl Urban (Eomer) e il regista dei film Peter Jackson.</p>\n<p>La premiere YouTube si terrà in diretta <a href=\"https://www.youtube.com/watch?v=l_U0S6x_kCs\">questa pagina</a> a partire dalle <strong>18:00 ora italiana</strong>. In alternativa, potete asisstere a questa imperdibile videochiamata qui sotto:</p>\n<iframe width=\"720\" height=\"405\" src=\"https://www.youtube.com/embed/l_U0S6x_kCs\" frameborder=\"0\" allow=\"accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture\" allowfullscreen></iframe>","internal":{"type":"MarkdownRemark","mediaType":null,"description":null},"excerpt":"Una reunion a lungo attesa. 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Si direbbe un anno tranquillo come i precedenti se non fosse per la sparizione di qualche bambino e di qualche bambina, che, come al solito, desta poco la curiosità della cronaca locale e ancor meno stimola gli interventi delle forze dell’ordine. Sarà la misteriosa scomparsa di Adrian Mellon, un ragazzo omosessuale vittima di un’aggressione durante la fiera di Derry, a convincere Mike Hanlon a richiamare in città i suoi amici dell’estate del 1989: It è tornato e c’è una vecchia promessa da mantenere.</p>\n<p>Sono andato a vedere questo secondo capitolo di <i>It</i> con grandi aspettative. Il primo capitolo, uscito nelle sale nel 2017, è stato il film horror con i maggiori incassi nella storia del cinema, e posso dire che su di me ha fatto un enorme presa, tanto da spingermi – l’anno scorso - a recuperare la lettura del romanzo di Stephen King del 1986, considerato all’unanimità il capolavoro per eccellenza del maestro dell’horror.</p>\n<p>La lettura del libro non solo ha aumentato la mia fascinazione nei confronti del personaggio di It, ma anche la mia curiosità nei confronti dell’adattamento per il cinema della seconda parte della storia. Innanzitutto perché le scene degli adulti si rendono a mio avviso con maggiore difficoltà sullo schermo (Pennywise, il clown ballerino, è la parte di It che – infantile – di solito si relaziona con l’infanzia); e in secondo luogo a causa del fatto che nel romanzo non esiste una suddivisione tra l’epoca dei Perdenti bambini e l’epoca dei Perdenti adulti, ma viene tutto presentato nella medesima linea temporale principale (quella degli adulti, ovvero il presente) interpuntata da lunghe digressioni o flashback in varie epoche precedenti.  <i>Last but note least</i>, nella seconda parte è presente una massiccia presenza di scene che avvengono fuori dal nostro piano spazio-temporale, e che difficilmente si sarebbero prestate a una rappresentazione semplice e sbrigativa.</p>\n<p>Sotto questo punto di vista, quindi, <i>It – Capitolo due</i> era un film più difficile. Di fronte a ciò, il regista Andrés Muschietti ha fatto la scelta più giusta: farlo assomigliare  al romanzo molto più di quanto non facesse il precedente capitolo, con lo stesso stile di narrazione basato su una sequenza temporale lineare intervallata da “ritorni al passato”. A conti fatti, questo secondo capitolo non è un film sui Perdenti adulti, ma un film su quest’ultimi che si relazionano con i problemi e le contraddizioni della propria infanzia – esattamente come avviene nel libro – e lo fanno attraverso un progressivo recupero della memoria. Di fatti, seppure questo film sia stato presentato come il film con i protagonisti cresciuti, l’infanzia è presente in questo capitolo come nel precedente, forse ancora più e meglio indagata che nel primo episodio.</p>\n<p>Dei problemi di questo film si è parlato molto. Io ritengo che sia una buona trasposizione del romanzo. Certo, ne modifica - per le necessità di resa visiva e l'esigeza di rimanere nei tempi  - molte parti sostanziali, tra cui spicca la lotta finale contro It e il destino di alcuni personaggi, ma si tratta di un buon seguito del primo capitolo del 2017, dove non solo si mantengono atmosfere e premesse, ma si arricchisce il background dei personaggi. Questa pellicola, percorrendo una traiettoria originale rispetto alla trama del libro, non si limita ad esserne una traduzione fedele, ma prova a proporre una propria versione che non snaturi il senso del romanzo.</p> \n<p><b>Bigger loser, bigger fear.</b> I nostri Perdenti si sono fatti più grandi, le loro paure più complesse. A parte Stanley e Mike (cui andrebbe riservato un discorso a parte) tutte le paure dei nostri eroi si evolvono, suggerendo con ciò il vero sviluppo dei protagonisti. Se nel primo capitolo, infatti, Eddie era un semplice ipocondriaco germofobico, soggetto a una madre iperprotettiva e totalizzante, qui vediamo la completa soggezione nei confronti di questa figura materna, che nonostante tutto egli non ha mai rifiutato (ma ha anzi replicato sposando una donna simile). Billy, il leader dei Perdenti, passa dalla più elementare paura di aver perso Georgie all’autocommiserazione e al timore di non riuscire a difendere qualcuno (nel quale vede di sicuro il riflesso del fratellino). Poi c’è Beverly, la cui paura nei confronti della propria femminilità legata alle attenzioni del padre (rappresentata da It con i capelli che lei ha tagliato che escono dal lavandino) si evolve in una generica paura di affogare nel proprio passato, e Ben, del quale viene esplorato maggiormente il senso di vergogna e il timore di essere ridicolizzato. In tutto ciò, il personaggio di Richie è quello che viene rivoluzionato più di tutti, anche rispetto al romanzo: dalla paura per i clown nel primo capitolo passiamo alla paura che il suo “segreto” venga scoperto e che lui venga per questo marginalizzato.</p>\n<p>È tutto lì a dimostrarci quanto spietato sia It che, come tutti i cacciatori, <b>vuole utilizzare le debolezze delle proprie prede per conquistarle</b>. Come ogni bravo predatore che si rispetti, egli non inventa alcun espediente, ma fa in modo che sia la preda a consegnargli il suo vantaggio: la paura di qualcosa, il timore di qualcos’altro. Così aveva fatto anche con Georgie, evocando l’eventualità che il fratello si sarebbe arrabbiato se non avesse riportato la barchetta a casa; così fa anche in questo secondo capitolo, quando propone a una bambina di soffiarle via un’imperfezione dal viso.</p>\n<p>In sostanza, nonostante il primo capitolo abbia esercitato un effetto maggiore (forse anche grazie alla sorpresa) ho trovato che questo <i>It – Capitolo due</i> fosse un film giusto e rispettoso delle tematiche del romanzo. Non c’era altro da approfondire se non la paura – e lo si è fatto andando ancora più a fondo (e marcandolo figurativamente con la discesa nel finale del film). La pellicola non ha mancato, nonostante tutto, di far contento un fan di Stephen King, grazie alle numerose citazioni e al cammeo veramente d’eccezione. Mi sono proprio emozionato nel vedere Bill era in sella a Silver, un’ultima volta, pronto a <b>“battere il diavolo”.</b></p>","internal":{"type":"MarkdownRemark","mediaType":null,"description":null},"excerpt":""}},{"node":{"frontmatter":{"title":"I remake Disney sono l’affare del secolo?","date":"2019-04-21T17:10:52.743Z","author":"Simone Schiaffella","slug":"remake-disney","tags":[{"frontmatter":{"name":"riflessioni","label":"Riflessioni"}},{"frontmatter":{"name":"cinema","label":"Cinema"}},{"frontmatter":{"name":"disney","label":"Disney"}},{"frontmatter":{"name":"film","label":"Film"}},{"frontmatter":{"name":"animazione","label":"Animazione"}}],"thumbnail":"/the-lion-king.jpg"},"html":"<p><b><i>Per la Disney sono la gallina dalle uova d’oro, ma i remake live action sono paragonabili a quella battuta divertentissima che, dopo averla sentita per la quinta volta, non fa più ridere. Inoltre, nel lungo termine potrebbero essere un boomerang.</i></b></p><p>Nel 1996, affidandosi alla regia di Stephen Herek, Disney fece per la prima volta un rifacimento in live action di uno dei suoi film: si trattava de <i>La carica dei 101</i>, remake della pellicola d’animazione del 1961. Con il claim “Questa volta la magia è vera” e una fenomenale Glenn Close nel ruolo di Crudelia De Mon (nominata ai Golden Globe), il film fu un successo al botteghino. Forse è vero che “le prime volte non si scordano mai”, ma quello è rimasto per me uno dei migliori remake della Disney: tutta un’altra cosa rispetto ai live action moderni, che hanno una dose massiccia di CGI e sembrano uno uguale all’altro.</p><p><b>Allora il remake era una novità e vedere i personaggi Disney “in carne e ossa” una vera magia. Poi è arrivata l’esagerazione.</b> Di tutti i film Disney annunciati al CinemaCon per il 2019, ben quattro sono rifacimenti in live action di film che la casa di Topolino ha già prodotto e distribuito. <i>Dumbo</i>, uscito nelle sale a marzo, è il remake dell’omonimo film d’animazione del 1941; <i>Aladdin</i>, <i>Il re leone</i> e <i>Lilli e il vagabondo</i>, anch’essi in programma quest’anno, sono le nuove versioni di film Disney che risalgono rispettivamente al 1992, al 1994 e al 1955. Sono solo alcuni titoli di un percorso ben più lungo che la Disney ha intrapreso nel 2015 con <i>Cenerentola</i> (dal classico del 1950), che ha continuato a percorrere nel 2016 con <i>Il libro della giungla</i> (dal film del 1967), nel 2017 con <i>La Bella e la Bestia</i> (dal film del 1991) e che ci porterà – ormai è sicuro – agli adattamenti de <i>La Sirenetta</i>, <i>Mulan</i>, <i>Pinocchio</i> e <i>Il Gobbo di Notre Dame</i> nel corso dei prossimi anni.</p><div style=\"width:100%;text-align:center\"><img src=\"/cruella-de-vil.jpg\"></div><p>Sembra che la Disney, invece che compiere lo sforzo di fondare nuovi immaginari e nuovi mondi (che è il suo punto di forza da sempre), da qualche anno non sappia far altro che portare al cinema rifacimenti delle sue vecchie storie, sfruttando la capacità attrattiva che questi remake hanno di per sé (essendo un repertorio già conosciuto e amato pressappoco da tutti). E non importa se questi film, a fronte delle decine e decine di milioni di budget, fanno incassi mediocri: si sarà comunque risparmiato tempo e denaro nella produzione di nuove idee, riavviato un merchandising redditizio senza sforzo, e, soprattutto, si sarà evitato il rischio imprenditoriale che portare una nuova storia sul grande schermo comporta. </p><p>La cosa più preoccupante di questa tendenza, alla quale possiamo certamente assimilare i vari “sequel” live action (<i>Alice in Wonderland</i> e <i>Mary Poppins</i>) e le rivisitazioni (<i>Maleficient</i> e il futuro adattamento <i>Cruella</i>), che seguono le stesse regole, è che sembra che la Disney stia facendo troppo affidamento sul rinnovamento di vecchi franchise, piuttosto che investire adeguatamente su nuove storie e nuovi adattamenti – che restano in una posizione marginale nella loro strategia generale (si vedano i tentativi fallimentari dell’anno scorso, come <i>Nelle pieghe del tempo</i> e <i>Lo schiaccianoci e i quattro regni</i>).</p><p>A questo ritmo, la materia da prima da remake finirà nel giro di qualche anno, lasciando presumibilmente un vuoto. <b>Cosa succederà allora?</b> Con l’arrivo del nuovo servizio di streaming on-demand Disney+ la necessità di una gran quantità di contenuti anche “originali” si farà ancora più stringente e le recenti acquisizioni dei franchise Marvel e Star Wars – per quanto fruttuose - potrebbero non bastare a colmare l’assenza di nuove narrazioni.</p><p><b>Potrebbe non essere sufficiente, in futuro, raccontare sempre la stessa storia.</b></p>","internal":{"type":"MarkdownRemark","mediaType":null,"description":null},"excerpt":""}}]},"tags":{"edges":[{"node":{"frontmatter":{"name":"film","label":"Film"}}}]}},"pageContext":{"slug":"film","pageNumber":0,"humanPageNumber":1,"skip":0,"limit":8,"numberOfPages":1,"previousPagePath":"","nextPagePath":""}},"staticQueryHashes":["3566934469","3566934469","63159454","63159454","997296527","997296527"]}