{"componentChunkName":"component---src-templates-tag-page-js","path":"/tag/jrr-tolkien","result":{"data":{"results":{"totalCount":5,"edges":[{"node":{"frontmatter":{"title":"","date":null,"author":null,"slug":null,"tags":null,"thumbnail":null},"html":"","internal":{"type":"MarkdownRemark","mediaType":null,"description":null},"excerpt":""}},{"node":{"frontmatter":{"title":"Il debito narrativo, la lezione di Tolkien dimenticata da Benioff e Weiss","date":"2019-05-19T17:58:06.198Z","author":"Simone Schiaffella","slug":"debito-narrativo","tags":[{"frontmatter":{"name":"narrazione","label":"Narrazione"}},{"frontmatter":{"name":"riflessioni","label":"Riflessioni"}},{"frontmatter":{"name":"storie","label":"Storie"}},{"frontmatter":{"name":"fantasy","label":"Fantasy"}},{"frontmatter":{"name":"il-signore-degli-anelli","label":"Il Signore degli Anelli"}},{"frontmatter":{"name":"game-of-thrones","label":"Game of Thrones"}},{"frontmatter":{"name":"il-trono-di-spade","label":"Il Trono di Spade"}},{"frontmatter":{"name":"jrr-tolkien","label":"J.R.R.Tolkien"}},{"frontmatter":{"name":"serie-tv","label":"Serie tv"}}],"thumbnail":"/debiti-narrazione.jpg"},"html":"<p><b><i>Per fare in modo che l'ultima stagione di </i>Game of Thrones<i> fosse all'altezza delle aspettative, agli showrunner sarebbe bastato seguire una semplice regola: tutti i debiti della narrazione vanno onorati.</i></b></p>\n<p><b>Game of Thrones</b> si conclude domani.</p>\n<p><b>Finalmente.</b></p>\n<p>Le ultime puntate dell’ottava stagione sono state <b>commentate con un’insoddisfazione generale</b> dal pubblico, dalla critica, da alcuni membri del cast e addirittura da George R. R. Martin, lo scrittore de <i>Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco</i>, che è il ciclo di libri dai quali la serie è tratta. </p>\n<p>E se un sito web come <b>Rotten Tomatoes</b> ha assegnato agli ultimi tre episodi andati in onda un punteggio del 75%, del 57% e del 47% (una disfatta senza precedenti) è evidente come la gloriosa nave <i>Game of Thrones</i>, varata in pompa magna nel 2011, stia tornando al molo nove anni dopo facendo acqua da tutte le parti. <b>E non mi si venga a dire che un fenomeno televisivo senza precedenti come quello di <i>Game of Thrones</i> non poteva che finire con l’insoddisfazione di qualcuno</b>, perché di saghe ne abbiamo ormai viste finire già più di qualcuna <b>senza che ci lasciassero un tale amaro in bocca.</b></p>\n<p>La verità è questa: <b>sarebbe stato difficile, anche impegnandosi, scontentare tutti in maniera così omogenea</b>, e i colpevoli di questa <i>débâcle</i> hanno un nome e un cognome: quello degli showrunner <b>David Benioff</b> e <b>Daniel Brett Weiss</b>, ovvero chi ha scritto le ultime stagioni.</p>\n<p>Non mi si vengano a riferire frasi fatte alla <i>the higher you go, the harder you fall</i>, perché qui <b>il problema non è stato il rischiare troppo in termini di scrittura televisiva</b>. Il problema sono state le<b> enormi mancanze e l’incuria nella scrittura delle ultime due stagioni </b>di una serie televisiva che fin ora è stata <b>la più seguita e amata di sempre</b>. Un fatto che mette molta tristezza al sottoscritto e a tutti coloro che hanno impiegato un grande investimento emotivo nei confronti del <i>Trono di Spade</i>, rendendolo materia di discussione e parte della propria vita da qualche anno a questa parte. Ormai è chiaro: noi spettatori/fan, il cast e di sicuro tutti coloro i quali hanno lavorato allo show con impegno e dedizione <b>ci meritavamo qualcosa di meglio</b>, perché <b>il finale è sempre la cosa più difficile, ma anche la cosa più importante di una storia</b>.</p>\n<p>In questo articolo vorrei soffermarmi su uno degli aspetti che hanno reso quest’ultima stagione così <b>detestabile</b>.</p>\n<p>Se avete seguito la vicenda, già sarete al corrente di alcuni buchi di trama, inesattezze e passaggi troppo affrettati che sono stati messi in luce qua e là da varie parti, ma qui vorrei parlare di altro. <b>Perché questa storia ha fatto una delle cose peggiori che possono fare le storie: ha mancato di onorare i propri “debiti narrativi”.</b> </p>\n<p>L’espressione <b>“debiti narrativi”</b> proviene da una lettera di J. R. R. Tolkien scritta nel 1957. Egli racconta come l’ultimo volume de <i>Il Signore degli Anelli</i> sia stato il più difficile da scrivere a causa dei molti debiti narrativi che aveva accumulato fino a quel momento nei due libri precedenti. Un’efficace definizione di questi “debiti narrativi” di cui parla Tolkien, ripresa dall’introduzione di una raccolta di saggi sulla trilogia di Peter Jackson<sup>1</sup>, è la seguente:</p>\n<blockquote><p><i>Scene che devono apparire più tardi nell’ordine narrativo al fine di collegarsi con promesse fatte in precedenza nella storia, riducendo il numero di punti in sospeso e di elementi irrisolti.</i></p></blockquote>\n<p>Si tratta di <b>un principio fondamentale della narrazione</b> conosciuto da tutti quelli che si occupano di storie, riassunto anche dalla famosa frase di Anton Checov:</p>\n<blockquote><p><i>Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari.</i></p></blockquote>\n<p>Una regola da non trasgredire che dice, in sostanza, che <b>nell’economia di una storia ogni cosa deve esistere per assolvere a una funzione precisa</b>.</p>\n<p>Tolkien, nello scrivere il suo finale ha voluto rispettare tutti i “contratti” che aveva stipulato con il lettore, perché sapeva che <b>in una buona narrazione tutti gli elementi devono avere una propria risoluzione</b>.</p>\n<p>Per capirci, prendiamo da <i>Il Signore degli Anelli</i> degli <b>esempi di \"debiti narrativi\" che Tolkien ha onorato correttamente</b>. Ne <i>La Compagnia dell’Anello</i> Galadriel fa <b>due regali particolari a Frodo e a Sam</b> (due regali che, a differenza di quelli fatti agli altri membri della Compagnia non sono di utilità immediata). A Frodo regala una fiala d’acqua del suo specchio, al cui interno è conservata la luce della Stella di Eärendil, per le ore più buie del viaggio del Portatore, mentre a Sam regala una scatolina con la polvere di Lórien per concimare la terra della Contea, una volta tornato a casa.</p>\n<p>L’intero passaggio sarebbe, con il senno di poi, per il lettore molto insoddisfacente se questi due oggetti non si rivelassero <b>utili</b> entro la fine del racconto e se venissero in qualche modo “dimenticati” dal narratore, ma questo non succede. Prima che si concludano le pagine de <i>Il Ritorno del Re</i> si presenta il bisogno di usare entrambi gli oggetti: si servono della fiala nella buia tana di Shelob e della polvere una volta tornati nella Contea (nel frattempo resa arida dal male di Saruman). Nello scoprire che l’evento originale (il dono da parte di Galadriel) è stato necessario per la risoluzione di eventi successivi, questi debiti narrativi vengono onorati. Lo stesso avviene con la cotta di Mithril donata a Frodo da Bilbo, che gli salverà la vita.</p> \n<p><b>Ma il debito narrativo non riguarda solo gli “oggetti di scena”</b> (come la pistola di Cechov)</b>. <b>Qualsiasi elemento della narrazione, infatti, è oggetto di promessa.</b> Seguendo la stessa logica, è evidente come Aragorn dovesse impugnare ad un certo punto la spada spezzata Narsil e diventare Re, o come Gollum dovesse a un certo punto della storia rivelarsi tanto minaccioso quanto cruciale per la distruzione dell’Anello.</p>\n<p><b>Ma veniamo al nostro <i>Trono di Spade</i>.</b> Durante una serie TV di otto stagioni si fanno <b>una gran quantità di promesse</b>. Quando queste non vengono rispettate il pubblico è giustamente autorizzato a parlare di <i>plot holes</i>, buchi di sceneggiatura, o a denunciare <i>loose ends</i>, personaggi e situazioni che, alla fine, non sono serviti a nulla o non hanno rispettato le promesse fatte dalla loro propria esistenza nella narrazione. Un caso plateale in cui questo avvenne fu la serie <i>Lost</i>.<p>\n<p>Ne <i>Il Trono di Spade</i> era evidente che, a un certo punto della storia, Sandor Clegane – aka “il Mastino” - avrebbe affrontato il fratello Gregor, “la Montagna”, dopo che <b>il loro rapporto conflittuale</b> è stato messo in piedi nell’arco di tutto questo tempo. Era un debito narrativo che è stato onorato. Ci sono però, in quest'ultima stagione, delle risoluzioni che, a mio avviso, non sono state soddisfacenti rispetto alla loro preparazione.</p>\n<p>Un esempio è la <b>storyline di Varys</b>: bel personaggio tenuto in vita per otto stagioni (anche se <i>in panchina</i> per le ultime quattro) e il cui contributo, a conti fatti, è stato irrisorio (l'invio delle lettere sulla reale identità di Jon Snow non è nulla che altri personaggi non avrebbero potuto fare). La sua <i>backstory</i>, accennata in passato e mai più ripresa, ci ha lasciato solamente con delle domande. Cosa diceva la voce nel fuoco la notte in cui il futuro Ragno Tessitore fu mutilato? Non lo sappiamo.</p>\n<p>Anche la <b>risoluzione di Arya Stark</b>, che non ha avuto l'ultimo scontro con la sua nemesi Cersei (mentre ha ucciso indebitamente il Re della Notte, personaggio con il quale non aveva avuto nulla da spartire fino a quel momento) ha lasciato un <b>senso di insoddisfazione</b>. Il <b>repentino mutamento caratteriale di Daenerys</b>, poi, è stata una delle cose più difficili da digerire: affrettato, gratuito, non dovuto.</p>\n<p>Fra i motivi della <b>mancanza di equilibrio tra i debiti narrativi e le loro risoluzioni</b> ci sono probabilmente il <b>venir meno dei testi originali</b> e l’<b>accorciamento eccessivo delle ultime stagioni</b>, che avrebbero avuto bisogno di un tempo maggiore per esprimere tutto il potenziale costruito in tanti anni di lavoro. Andare incontro alla delusione dei fan era uno dei tanti finali possibili, ma non l'unico.</p>\n<p>Gli intrighi e i tradimenti sono stati da sempre uno degli elementi centrali della trama di <i>Game of Thrones</i>, ma mai avremmo aspettato che l’<b>ultimo tradimento</b> sarebbe stato fatto proprio a noi, fedeli spettatori dello show.</p>\n<p><b>Un colpo di scena.</b></p>\n<p><b>P. S.</b> Vi segnalo due contenuti particolarmente interessanti su quest’ultima stagione: gli ultimi video del canale di PSA Stitch (\"Why Season 8 of Game of Thrones Doesn't Work” <a href=\"https://www.youtube.com/watch?v=_KoScPK00P0\" target=\"_blank\">Part 1</a> e <a href=\"https://www.youtube.com/watch?v=wuiNRpeqg3A\" target=\"_blank\">Part 2</a>) e il brillante articolo di Scientific American “<a href=\"https://blogs.scientificamerican.com/observations/the-real-reason-fans-hate-the-last-season-of-game-of-thrones/\" target=\"_blank\">The Real Reason Fans Hate the Last Season of <i>Game of Thrones</i></a>”<p>\n<p><sup>1</sup> <i>Picturing Tolkien. Essays on Peter Jackson’s </i>The Lord of the Rings<i> Film Trilogy</i> a cura di Janice M. Bogstad e Philip E. Kaveny</p>","internal":{"type":"MarkdownRemark","mediaType":null,"description":null},"excerpt":"1 Picturing Tolkien. Essays on Peter Jackson’s The Lord of the Rings Film Trilogy a cura di Janice M. Bogstad e Philip E. Kaveny"}},{"node":{"frontmatter":{"title":"Ma il fantasy è “razzista”?","date":"2019-05-05T17:25:30.980Z","author":"Simone Schiaffella","slug":"fantasy-razzista","tags":[{"frontmatter":{"name":"jrr-tolkien","label":"J.R.R.Tolkien"}},{"frontmatter":{"name":"riflessioni","label":"Riflessioni"}},{"frontmatter":{"name":"elfi","label":"Elfi"}},{"frontmatter":{"name":"gioco-di-ruolo","label":"Gioco di ruolo"}},{"frontmatter":{"name":"rpg","label":"RPG"}},{"frontmatter":{"name":"fantasy","label":"Fantasy"}}],"thumbnail":"/races.jpg"},"html":"<p><b><i>Cosa c’entrano elfi, uomini e nani con il razzismo? Poco e niente, e vi spiego perché.</i></b></p><p>A maggio dell’anno scorso, l’account Twitter <b>Norse Mithology</b> si domandava, in risposta a un tweet dell’<b>autore di Dungeons & Dragons Jeremy Crawford</b>:</p><blockquote><p><i>Come spieghi ai giovani giocatori che #DungeonsAndDragons è contro il razzismo (cosa che è, ci sono illustrazioni meravigliosamente inclusive nei manuali </i>5e<i>) quando codifica i \"tratti razziali\" e mette in primo piano la razza come un fattore determinante dell'abilità? </i>6e<i> cambierà il linguaggio usato?</i></p></blockquote><p>Questa la risposta di Jeremy Craword:</p><blockquote><p><i>Nelle regole di D&D, la tua razza è la tua specie, non la tua etnia. I tratti della tua specie nel gioco essenzialmente dicono: \"Ecco come sei diverso da un umano.\" Continuiamo a parlare della possibilità di abbandonare questo uso anacronistico in futuro. #DnD</i></p></blockquote><div style=\"width:100%;text-align:center\"><img style=\"width:100%;max-width:420px;\" src=\"/fantasy-tweet.jpg\"></div><p>È una <i>querelle</i>, quella dell’abolizione del termine razza nel fantasy, che si ripete ogni tanto. <b>La razza nei Giochi di Ruolo fantasy </b>(<i>Dungeons & Dragons</i> in primis)<b> è considerata da alcuni come anacronistica e inopportuna, e non solo in quanto a terminologia.</b></p><p>E qui devo fare una premessa dovuta: <b>il titolo è una provocazione</b>.</p><p>Non avrete certo pensato che un blog sul fantasy avrebbe propugnato una tale accusa nei confronti del suo genere d’elezione? E poi la parola “razzista”, se può essere applicata a una determinata persona o un determinato testo, a uno specifico utilizzo delle parole o prodotto culturale, non può certo essere applicata a un intero genere come il fantasy, che comprende potenzialmente un’infinita quantità e varietà di testi. Sarebbe come dire che l’horror è progressista, o che il romanzo storico è conservatore.</p><p>Però c’è un fatto. <b>Il fantasy con il suo patrimonio di razze</b>, nate con Tolkien e strutturate nelle varie tipologie grazie alla letteratura a lui successiva, al Gioco di Ruolo e ai videogiochi RPG, <b>è uno dei pochi ambiti dove la parola razza è ancora usata senza avere i connotati negativi che i fatti del Novecento</b> (apartheid, colonialismo e leggi razziali) <b>le hanno conferito.</b></p><p>In Italia poi c’è un’altra circostanza da considerare, insieme alla questione della razza nel fantasy, ed è il fatto che questa faccia da pendant con l’<b>affermare diffuso che il fantasy sia un genere di destra</b>, assumendo erroneamente che certi generi letterari possano essere assimilabili a una determinata matrice politica. É quindi sbagliato attribuire al fantasy una <b>portata ideologica che non ha</b> e andrebbe approfondito anche come sia accaduto che certe destre in Italia si siano appropriate di alcuni immaginari, uno su tutti quello tolkieniano (si veda l’esperienza dei Campi Hobbit e del gruppo musicale La Compagnia dell’Anello).</p><p>Anche se vogliamo valutare l’eventualità del razzismo nel fantasy, però, le virgolette sulla parola “razzista” sono d’obbligo. Se parliamo di racconti ambientati in mondi di fantasia, infatti, non possiamo trovare quella tendenza a “sostenere che la specie umana possa essere suddivisibile in razze biologicamente distinte, caratterizzate da diverse capacità intellettive, valoriali, etiche e/o morali” (così Wikipedia parla del razzismo). Il fantasy, infatti, <b>non divide l’umanità in razze</b>, ma casomai <b>inserisce l’umanità tra altre razze possibili</b>, e parla di mondi che non sono questo mondo (e al massimo ne sono un’allegoria).</p><p>Quindi il fantasy non può essere “razzista”. Ecco, se al titolo fosse permesso di essere più lungo di due righe, la domanda non sarebbe se il fantasy è razzista o meno, ma “come dobbiamo interpretare, nel racconto fantasy, l’utilizzo di “razze” inventate (come elfi, nani, goblin, eccetera) e l’attribuzione a quest’ultime di determinate caratteristiche, più o meno stereotipate, in relazione al fenomeno del razzismo”. Le razze nel fantasy possono essere assimilate in qualche modo alle razze delle leggi razziali?</p><p>È una domanda difficile. Nel canone fantasy esistono una gran varietà di razze e il fatto che alcune di esse siano considerate malvagie o sgradevoli per loro natura (come orchi, goblin e coboldi), che ad altre siano attribuite caratteristiche stereotipate (i nani sono avidi e burberi, gli halfling socievoli e tranquilli) e che ad altre ancora sia attribuita maggior virtù e bellezza (elfi e umani) potrebbe ricordare alcuni meccanismi propri del razzismo (come il pregiudizio) e far pensare che sia giunto il momento di abbandonarle, anche a costo di snaturare il genere.</p><p>Innanzitutto, però, è diversa la concezione di razza: le categorie delle leggi razziali miravano a suddividere la razza umana, le razze del fantasy inseriscono, nella finzione, la razza umana in un contesto in cui esistono molte altre razze più o meno simili ad essa (come spiega Crawford: “Ecco come sei diverso da un umano”). Perché, se nella realtà il concetto di “razza umana” è stato destituito e delegittimato, nel fantasy dovrebbe avvenire lo stesso?  Del resto, stiamo parlando di mondi fantastici, popolati da molte creature inventate, e non è così scandaloso inserire in esse una categorizzazione non valida nel nostro mondo.</p><p>Ma la motivazione più importante è la <b>differenza negli obiettivi della “categoria razziale”</b> tra il fantasy e il razzismo, ovvero nell’esistenza o meno di una <b>finalità discriminatoria</b>. Tutti i racconti hanno bisogno di diversità, e le razze, nel fantasy, sono un espediente per affascinare, creare varietà e caratteristiche; non di rado, infatti, vanno di pari passo con la suddivisione dei ruoli. Se si va all’origine della loro concezione, Tolkien non ha mai gerarchizzato le razze della Terra di Mezzo, né ha fatto degli Elfi gli “ariani” del suo mondo – egli addirittura detestava il nazismo. Nella <i>lore</i> tolkieniana Elfi e Uomini (le due razze principali) sono intelligenze incarnate dello stesso ordine, diverse, ma poste allo stesso livello. Ogni razza ha le proprie caratteristiche e <b>non c’è una razza considerata più negativa delle altre<b>.</p><p>Il male, a volte, è nell’occhio di chi guarda.</p>","internal":{"type":"MarkdownRemark","mediaType":null,"description":null},"excerpt":""}},{"node":{"frontmatter":{"title":"The Lord of the Rings: Gollum. Hype per il nuovo videogame","date":"2019-04-12T18:00:00.000Z","author":"Simone Schiaffella","slug":"lotr-gollum-videogame","tags":[{"frontmatter":{"name":"jrr-tolkien","label":"J.R.R.Tolkien"}},{"frontmatter":{"name":"il-signore-degli-anelli","label":"Il Signore degli Anelli"}},{"frontmatter":{"name":"lo-hobbit","label":"Lo Hobbit"}},{"frontmatter":{"name":"videogames","label":"Videogames"}},{"frontmatter":{"name":"avventura","label":"Avventura"}},{"frontmatter":{"name":"personaggi","label":"Personaggi"}}],"thumbnail":"/Gollum.jpg"},"html":"<p><b><i>Un nuovo videogioco ambientato nella Terra di Mezzo per osservare gli eventi dalla prospettiva dell’Hobbit più corrotto di tutti. Ecco perché secondo me la Daedalic Entertainment – famosa per avventure grafiche come </i>Machinarium<i> – ha già fatto centro.</i></b></p><p>Il 25 marzo Daedalic Entertainment ha fatto un annuncio che ha incuriosito molti gamer e appassionati del <i>Signore degli Anelli</i>. Secondo quanto riportato, grazie agli accordi intrapresi con Middle-earth Enterprises e Tolkien Estate, Daedelic sarà in grado di portare un action adventure ambientato nel mondo di Arda e incentrato su una delle figure più ambigue e complesse di quel mondo: la creatura Gollum. Del progetto – intitolato <i>The Lord of the Rings: Gollum</i> - si sa ancora poco o nulla, se non il fatto che l’opera sarà ambientata prima degli eventi dei libri e che il gameplay avrà delle dinamiche stealth (e come poteva essere altrimenti?).</p><div style=\"width:100%;text-align:center\"><img src=\"/the-lord-of-the-ring-gollum_logo.jpg\"/></div><p>Il videogioco vedrà la luce, nella migliore delle ipotesi, nel corso del 2020 o 2021 e Daedelic ne ha rilasciato solamente il logo. C’è ancora  poco da vedere, quindi, ma moltissimo da immaginare. Non essendo, infatti, un progetto legato a Warner Bros Entertainment o a New Line Cinema – diversamente da tutte le trasposizioni del nuovo millennio del mondo ideato da Tolkien (a parte qualche eccezione) - non avrà coerenza visiva né con le trilogie de <i>Il Signore degli Anelli</i> e de <i>Lo Hobbit</i> di Peter Jackson, né con i gli ultimi videogiochi action RPG <i>La Terra di Mezzo: L’Ombra di Mordor</i> e il suo sequel <i>La Terra di Mezzo: L’Ombra della Guerra.</i></p><p><b>Perché è un progetto così interessante?</b> <i>The Lord of the Rings: Gollum</i> desta la mia curiosità per due motivi.</p><p>Innanzitutto, avendo come unico riferimento i libri di Tolkien c’è da aspettarsi non solo una diversa rappresentazione dei temi e dell’atmosfera della Terra di Mezzo, ma anche dei suoi personaggi (a partire proprio da Gollum, che non sarà quello dell’ormai iconica interpretazione di Andy Serkis).  Non fraintendetemi, sono un fan sfegatato dei film di Peter Jackson (o meglio, della prima trilogia) ed essendo anche un fan del più vasto universo tolkeniano, riconosco come quei film e videogiochi abbiano avuto sì il merito di far conoscere la saga ai più, ma anche come – nell’assolvere al compito di trasformare l’universo in un franchise e quindi di renderlo economicamente redditizio - abbiano egemonizzato l’immaginario legato alla Terra di Mezzo.  Ritengo, invece, che il patrimonio di Tolkien sia molto più vasto del franchise e che sia sì giusto “reinventarlo” di volta in volta con i nuovi media, non lasciando spazio a una sola visione.</p><p>In secondo luogo, Gollum non è un eroe. Ne <i>Lo Hobbit</i>, Tolkien lascia poco spazio all’interpretazione descrivendolo come “un essere miserabile e malvagio”, e anche ne <i>Il Signore degli Anelli</i> egli - nonostante sia sempre combattuto tra la sua parte in grado di provare sentimenti umani, che risponde ancora al nome di Sméagol, e la parte più malvagia, guastata irrimediabilmente dalla volontà dell’Unico - resta uno dei protagonisti della storia che compiono le azioni più terribili, guidati da motivazioni sostanzialmente perverse.</p><p>È un personaggio dal temperamento volubile, che si muove sul confine tra vittima e carnefice; il suo archetipo è quello del <i>trickster</i>, dell’<i>imbroglione amorale</i>, e, in quanto tale, incorpora come nessun altro personaggio nella Terra di Mezzo la doppiezza e l’ambiguità. Per questo potrebbe essere molto interessante interpretarlo in un videogioco, farsi muovere dalle sue convinzioni, utilizzare i suoi mezzi, così inusuali negli action adventure fantasy tutti muscoli e spadoni: il nascondiglio, il buio, l’arrampicare, lo strisciare, l’Anello. Sì: potrebbe essere interessante, per una volta, in un videogioco fantasy, essere la creatura più piccola e meschina di tutte.</p>","internal":{"type":"MarkdownRemark","mediaType":null,"description":null},"excerpt":""}},{"node":{"frontmatter":{"title":"Aprire porte, chiudere porte, creare mondi","date":"2019-04-10T16:11:35.367Z","author":"Simone Schiaffella","slug":"aprire-chiudere-porte","tags":[{"frontmatter":{"name":"fantasy","label":"Fantasy"}},{"frontmatter":{"name":"jrr-tolkien","label":"J.R.R.Tolkien"}},{"frontmatter":{"name":"il-signore-degli-anelli","label":"Il Signore degli Anelli"}},{"frontmatter":{"name":"lo-hobbit","label":"Lo Hobbit"}},{"frontmatter":{"name":"storie","label":"Storie"}},{"frontmatter":{"name":"riflessioni","label":"Riflessioni"}}],"thumbnail":"/howe_illustration_tolkien.jpg"},"html":"<p><b><i>La porta, nelle storie fantasy, è il luogo dove inizia l’</i>altrove<i> e la metafora più evidente del cambiamento. Attraversare una porta, però, non significa solo muoversi da uno spazio all'altro, ma rappresenta anche un passaggio ideale, ovvero il compiersi di una metamorfosi soggettiva.</i></b></p>\n<p>Quando Bilbo Baggins, all'inizio de <i>Lo Hobbit</i>, decide di seguire lo stregone Gandalf e i nani nell'impresa della riconquista della loro terra natìa Erebor, deve compiere un'azione all'apparenza molto banale: varcare il confine di casa Baggins. Per il piccolo hobbit, però, abituato alle cose semplici, farlo non significa solo attraversare l'uscio circolare e chiudere la porta dietro di sé, ma affrontare le proprie insicurezze. Egli deve lasciarsi alle spalle ciò che è familiare per inseguire ciò che è ignoto, in uno sforzo di volontà che oggi chiameremmo \"uscire dalla propria comfort zone\".</p> \n<p>Un po' come è avvenuto per questo blog, dalle prime fasi di gestazione alla sua venuta al mondo, la porta (ovvero l’inizio, la partenza) è stata la parte più lunga del viaggio - \"Porta itineris dicitur longissima est\", come recita il detto latino. È stato il primo, vero \"collo di bottiglia\" da superare: tutte quelle abitudini, ritrosie e incertezze nelle quali siamo asserragliati e delle quali dobbiamo liberarci, possibilmente rimanendo incolumi. Il simbolo di questo blog, allora, non è la porta di casa Baggins, ma ha lo stesso significato. È la porta che, nel <i>Signore degli Anelli</i>, conduce alle miniere dimenticate di Moria ed una delle porte più emblematiche di tutta la tradizione del fantasy. Questo non solo perchè fu disegnata direttamente dal professor Tolkien, ma perchè delle porte magiche possiede tutte le migliori caratteristiche: è difficile da trovare, richiede la risoluzione di un enigma o l'esecuzione di un sacrificio, rappresenta sia un rifugio che un pericolo per chi la attraversa.</p>\n<p>Dal portale di Narnia nascosto in un armadio, alla porta del bel giardino del Paese delle Meraviglie, sempre troppo piccola o troppo grande per la giovane Alice, le porte, nel fantasy, non solo marcano il confine tra il mondo ordinario e quello straordinario, ma richiedono agli eroi sempre il pagamento di un tributo e l'assunzione di un rischio. Come ne <i>La storia infinita</i> di Michael Ende, dove il giovane Atreiu deve superare le sfide di tre porte magiche, o come in <i>Labyrinth</i>, dove, per raggiungere il centro del labirinto, Sarah si trova al cospetto di un indovinello, di due porte e la possibilità di fare una sola domanda - le porte non sono solo l'emblema di ciò che è alla nostra portata e ciò che non lo è, ma anche di ciò che siamo e ciò che non siamo ancora. Varcarle significa sfuggire all'immobilismo, creare sé stessi, partire per l'avventura.</p>\n<blockquote><p><i>È pericoloso, Frodo, uscire dalla porta. Ti metti in strada, e se non dirigi bene i piedi, non si sa dove puoi finire spazzato via. – Bilbo Baggins</i></p></blockquote>\n<p>Foto di copertina: Casa Baggins, illustrazione di John Howe</p>","internal":{"type":"MarkdownRemark","mediaType":null,"description":null},"excerpt":""}}]},"tags":{"edges":[{"node":{"frontmatter":{"name":"jrr-tolkien","label":"J.R.R.Tolkien"}}}]}},"pageContext":{"slug":"jrr-tolkien","pageNumber":0,"humanPageNumber":1,"skip":0,"limit":8,"numberOfPages":1,"previousPagePath":"","nextPagePath":""}},"staticQueryHashes":["3566934469","3566934469","63159454","63159454","997296527","997296527"]}