{"componentChunkName":"component---src-templates-tag-page-js","path":"/tag/riflessioni","result":{"data":{"results":{"totalCount":10,"edges":[{"node":{"frontmatter":{"title":"","date":null,"author":null,"slug":null,"tags":null,"thumbnail":null},"html":"","internal":{"type":"MarkdownRemark","mediaType":null,"description":null},"excerpt":""}},{"node":{"frontmatter":{"title":"Ogni storia è un atto di ribellione","date":"2021-04-05T17:17:23.472Z","author":"Simone Schiaffella","slug":"ogni-storia-e-un-atto-di-ribellione","tags":[{"frontmatter":{"name":"storie","label":"Storie"}},{"frontmatter":{"name":"riflessioni","label":"Riflessioni"}}],"thumbnail":"/herman-melville-moby-dick-illustration-by-rockwell-kent.jpg"},"html":"<p><strong>___</strong></p>\n<p><strong>Ogni storia è un atto di ribellione.</strong></p>\n<p>È un corpo che si sveglia, una mattina, e si oppone allo stato delle cose nel mondo.</p>\n<p>Ogni corpo è un atto di ribellione. Una ribellione che si realizza nel trasformare l’energia latente dell’universo e farla propria, asservirla ai propri bisogni.  Nello stabilire il confine del proprio corpo rispetto al mondo e difendere quel confine. La vita che si scontra con l’equilibrio del cosmo, che lo disfa e vi si inserisce, con prepotenza; che cambia lo stato della materia e delle cose, sfuggendo alla morte e al ritorno dell’equilibrio.</p>\n<p>Così ogni storia, quando nasce, include al proprio interno una volontà difforme rispetto al naturale andamento delle cose, una trasformazione voluta, desiderata, dello status quo. Romeo desidera Giulietta, il popolo il disfacimento dell’Ancien Régime, Achab la sua vendetta sulla Balena Bianca. Ciascuno organizza la propria resistenza nei confronti del mondo, opponendosi alla morte e all’assenza di volontà.</p>\n<p>Finché la storia si conclude, la volontà si dissolve, la lotta finisce lasciando spazio al ritorno di un nuovo equilibrio.</p>\n<p>Contrazione e poi rilassamento.</p>\n<p>Sistole, e poi diastole.</p>\n<p>-S</p>\n<p><img src=\"/rockwell-kent-moby-dick1.png\" alt=\"Il Capitano Achab - Illustrazone di Rockwell Kent\" title=\"Il Capitano Achab - Illustrazone di Rockwell Kent\"></p>\n<p><em>Il Capitano Achab - Illustrazone di Rockwell Kent</em></p>\n<p><em>Sopra: particolare di illustrazione di Rockwell Kent - Moby Dick</em></p>","internal":{"type":"MarkdownRemark","mediaType":null,"description":null},"excerpt":"___ Ogni storia è un atto di ribellione. È un corpo che si sveglia, una mattina, e si oppone allo stato delle cose nel mondo. Ogni corpo è…"}},{"node":{"frontmatter":{"title":"Imparare a vivere negli interstizi (e a convivere con il tempo davvero libero)","date":"2020-04-04T14:39:47.749Z","author":"Simone Schiaffella","slug":"imparare-a-vivere-negli-interstizi","tags":[{"frontmatter":{"name":"riflessioni","label":"Riflessioni"}}],"thumbnail":"/jack-b-4ujcopllqse-unsplash.png"},"html":"<p>In questi giorni particolarmente difficili e nei quali, più che in altri giorni della nostra esistenza, dobbiamo affrontare per esigenza il <strong>tedio</strong> e la <strong>solitudine</strong>, mi è capitato spesso di pensare a quando ero un fumatore - o meglio, a quando - in un guizzo prodigioso di autostima e volontà - avevo appena smesso di fumare. Ricordo una sensazione precisa, che è poi gradualmente sparita, ovvero l’incapacità - vera o presunta tale - di non riuscire a riempire con consistenza i momenti morti della mia giornata.</p>\n<p>Erano i momenti più difficili: <strong>quelli tra un’attività e un’altra, tra un posto e un altro, tra tutto ciò che stava in mezzo al punto A e il punto B</strong>. Ed erano quelli i momenti che, manco a dirlo, richiedevano la sigaretta come passatempo primario e irrinunciabile, per fare in modo che quei “non momenti” della mia vita si riempissero come per magia.</p>\n<p>Oggi, da ex fumatore, ho imparato che è importante, invece, imparare a vivere tra gli <strong>interstizi</strong>, ovvero <strong>gli spazi vuoti necessari alla vita</strong>: quelli di congiunzione, quelli di separazione, di “vuoto pneumatico”, che più di tutti gli altri spazi sono soggetti a ospitare i vizi e i gesti compulsivi fatti per noia (accedendere una sigaretta, mangiare o anche solo masticare, tirare fuori lo smartphone e <em>scrollare, scrollare...</em>). Ed ho imparato questo perché ho capito, non senza difficoltà, che sono questi momenti <strong>“non rilevanti”</strong> - quando ti chedono “che fai” e come prima cosa rispondi “niente” - ad avere un <strong>valore inestimabile</strong>. Il problema è che siamo stati educati dal mondo - o abbiamo imparato in seguito - a <em>riempire</em> il tempo, a <em>ottimizzarlo</em>, a liberarci dal bisogno di gestire il tempo “davvero” libero (dal produrre, dal consumare e dal dormire).</p>\n<p>Sono questi interstizi - questi momenti <strong>“tra”</strong> momenti - gli spazi dove si annida la fase della creatività spontanea, della riflessione, del vuoto nel tragitto dalla casa al pozzo che una volta si faceva sempre mentre oggi non si fa più, impegnati come siamo sempre ad appaltare le attività noiose, a delegare l’attesa, perché abbiamo sempre qualcosa da fare e un piacere istantaneo cui dare appagamento.</p>\n<p>Ma in questi giorni di vita cambiata, dove il tempo è più anarchico e meno scandito - chissà? - il nostro <em>horror vacui</em> potrebbe affievolirsi. <strong>Una vita potrebbe ricostruirsi</strong> - a volte accade - a partire da un <strong><em>interstizio</em></strong>.</p>\n<!--StartFragment-->\n<p>Photo by <a href=\"https://unsplash.com/@nervum?utm_source=unsplash&#x26;utm_medium=referral&#x26;utm_content=creditCopyText\">Jack B</a> on <a href=\"https://unsplash.com/s/photos/pavement-with-grass?utm_source=unsplash&#x26;utm_medium=referral&#x26;utm_content=creditCopyText\">Unsplash</a></p>\n<!--EndFragment-->","internal":{"type":"MarkdownRemark","mediaType":null,"description":null},"excerpt":"In questi giorni particolarmente difficili e nei quali, più che in altri giorni della nostra esistenza, dobbiamo affrontare per esigenza il…"}},{"node":{"frontmatter":{"title":"Il \"maggese\": come la quarantena può aiutarci","date":"2020-03-14T16:28:38.574Z","author":"Simone Schiaffella","slug":"maggese-la-quarantena-puo-aiutarci","tags":[{"frontmatter":{"name":"riflessioni","label":"Riflessioni"}}],"thumbnail":"/maggese.png"},"html":"<p><strong><em>Trascuratezza. A dirlo senza mezze misure, questo è quello che mi raccontava il mio volto questa mattina - davanti allo specchio - dei tre giorni passati in casa a causa della \"quarantena\" imposta dal decreto ministeriale di inizio settimana.</em></strong></p>\n<p>La barba incolta sulle guance, i capelli arruffati, gli occhi assonnati. Non è questo, del resto, quello con cui ho a che fare ogni mattina, quando mi alzo prima di andare al lavoro? In effetti è così, se non si considera la consapevolezza - nei giorni normali - che dovrò sistemarmi per uscire. Ed è questa <strong>la grande differenza tra quei giorni</strong>, frenetici, <strong>e questi giorni</strong>, ristretti e dilatati a dismisura: <strong>non ci si prepara per uscire, annullando di fatto la separazione tra il retroscena \"domestico\" e la \"ribalta\" lavorativa</strong>.</p>\n<p>Eppure quella barba incolta della mattina ha fatto in modo che attecchisse nella mia mente un <strong>pensiero</strong>, e si tratta del <strong>paragone di cui potremmo aver bisogno per spiegare questo periodo</strong>, certo ricco di <strong>insidie psicologiche e incertezze</strong>, ma anche forse di <strong>opportunità per una crescita individuale e collettiva</strong>.</p>\n<p>Per chi non lo avesse studiato a scuola, si dice \"<strong>maggese</strong>\" quella pratica dell'agricoltura, viva prima della rivoluzione agricola, della <strong>\"messa a riposo\" di un terreno per restituirgli fertilità</strong>. Nei tempi antichi, prima che si trovassero altri modi più fruttiferi, tenere a rotazione un appezzamento di terra incolto era il modo per reintegrarne acqua e minerali. Un <strong>\"riposo attivo\"</strong>, <strong>improduttivo quanto necessario per la successiva proliferazione</strong>.</p>\n<p>Si tratta di un concetto lontanissimo da quello della nostra \"vacanza\" - dietro la quale si nasconde tutt'altro che il riposo, ma piuttosto l'iperproduzione (<em>...but that's another story and shall be told another time...</em>) - quanto vicino a quello della \"<strong>quarantena</strong>\", ovvero dell'isolamento obbligatorio che stiamo vivendo questi giorni. Un'\"<strong>improduttività forzata</strong>\" che ci costringe a proiettare le nostre risorse non più verso l'esterno, quanto verso noi stessi e ciò che ci è più prossimo. </p>\n<p>Ecco che allora potrebbe esser sbagliato definire questa \"quarantena\" improduttiva, se diventa <strong>occasione di tornare a noi stessi</strong>, <strong>di annoiarci</strong> <strong>e sviluppare l'inventiva, di leggere, studiare, appassionarci a qualcosa di nuovo</strong>.</p>\n<p>Ad esempio, a me questi giorni sono serviti per raccontare di nuovo qualcosa sulle pagine di questo blog. Ciò non può che essere la dimostrazione del fatto che <strong>di quarantena si può sì soffrire, ma anche godere</strong>. <strong>Che, di tanto in tanto, una barba incolta è necessaria.</strong></p>\n<p><em>In foto: Miniatura della \"Bibbia Maciejowski\" (Francia - datata tra il 1244 - 1254)</em></p>","internal":{"type":"MarkdownRemark","mediaType":null,"description":null},"excerpt":"Trascuratezza. A dirlo senza mezze misure, questo è quello che mi raccontava il mio volto questa mattina - davanti allo specchio - dei tre…"}},{"node":{"frontmatter":{"title":"Il debito narrativo, la lezione di Tolkien dimenticata da Benioff e Weiss","date":"2019-05-19T17:58:06.198Z","author":"Simone Schiaffella","slug":"debito-narrativo","tags":[{"frontmatter":{"name":"narrazione","label":"Narrazione"}},{"frontmatter":{"name":"riflessioni","label":"Riflessioni"}},{"frontmatter":{"name":"storie","label":"Storie"}},{"frontmatter":{"name":"fantasy","label":"Fantasy"}},{"frontmatter":{"name":"il-signore-degli-anelli","label":"Il Signore degli Anelli"}},{"frontmatter":{"name":"game-of-thrones","label":"Game of Thrones"}},{"frontmatter":{"name":"il-trono-di-spade","label":"Il Trono di Spade"}},{"frontmatter":{"name":"jrr-tolkien","label":"J.R.R.Tolkien"}},{"frontmatter":{"name":"serie-tv","label":"Serie tv"}}],"thumbnail":"/debiti-narrazione.jpg"},"html":"<p><b><i>Per fare in modo che l'ultima stagione di </i>Game of Thrones<i> fosse all'altezza delle aspettative, agli showrunner sarebbe bastato seguire una semplice regola: tutti i debiti della narrazione vanno onorati.</i></b></p>\n<p><b>Game of Thrones</b> si conclude domani.</p>\n<p><b>Finalmente.</b></p>\n<p>Le ultime puntate dell’ottava stagione sono state <b>commentate con un’insoddisfazione generale</b> dal pubblico, dalla critica, da alcuni membri del cast e addirittura da George R. R. Martin, lo scrittore de <i>Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco</i>, che è il ciclo di libri dai quali la serie è tratta. </p>\n<p>E se un sito web come <b>Rotten Tomatoes</b> ha assegnato agli ultimi tre episodi andati in onda un punteggio del 75%, del 57% e del 47% (una disfatta senza precedenti) è evidente come la gloriosa nave <i>Game of Thrones</i>, varata in pompa magna nel 2011, stia tornando al molo nove anni dopo facendo acqua da tutte le parti. <b>E non mi si venga a dire che un fenomeno televisivo senza precedenti come quello di <i>Game of Thrones</i> non poteva che finire con l’insoddisfazione di qualcuno</b>, perché di saghe ne abbiamo ormai viste finire già più di qualcuna <b>senza che ci lasciassero un tale amaro in bocca.</b></p>\n<p>La verità è questa: <b>sarebbe stato difficile, anche impegnandosi, scontentare tutti in maniera così omogenea</b>, e i colpevoli di questa <i>débâcle</i> hanno un nome e un cognome: quello degli showrunner <b>David Benioff</b> e <b>Daniel Brett Weiss</b>, ovvero chi ha scritto le ultime stagioni.</p>\n<p>Non mi si vengano a riferire frasi fatte alla <i>the higher you go, the harder you fall</i>, perché qui <b>il problema non è stato il rischiare troppo in termini di scrittura televisiva</b>. Il problema sono state le<b> enormi mancanze e l’incuria nella scrittura delle ultime due stagioni </b>di una serie televisiva che fin ora è stata <b>la più seguita e amata di sempre</b>. Un fatto che mette molta tristezza al sottoscritto e a tutti coloro che hanno impiegato un grande investimento emotivo nei confronti del <i>Trono di Spade</i>, rendendolo materia di discussione e parte della propria vita da qualche anno a questa parte. Ormai è chiaro: noi spettatori/fan, il cast e di sicuro tutti coloro i quali hanno lavorato allo show con impegno e dedizione <b>ci meritavamo qualcosa di meglio</b>, perché <b>il finale è sempre la cosa più difficile, ma anche la cosa più importante di una storia</b>.</p>\n<p>In questo articolo vorrei soffermarmi su uno degli aspetti che hanno reso quest’ultima stagione così <b>detestabile</b>.</p>\n<p>Se avete seguito la vicenda, già sarete al corrente di alcuni buchi di trama, inesattezze e passaggi troppo affrettati che sono stati messi in luce qua e là da varie parti, ma qui vorrei parlare di altro. <b>Perché questa storia ha fatto una delle cose peggiori che possono fare le storie: ha mancato di onorare i propri “debiti narrativi”.</b> </p>\n<p>L’espressione <b>“debiti narrativi”</b> proviene da una lettera di J. R. R. Tolkien scritta nel 1957. Egli racconta come l’ultimo volume de <i>Il Signore degli Anelli</i> sia stato il più difficile da scrivere a causa dei molti debiti narrativi che aveva accumulato fino a quel momento nei due libri precedenti. Un’efficace definizione di questi “debiti narrativi” di cui parla Tolkien, ripresa dall’introduzione di una raccolta di saggi sulla trilogia di Peter Jackson<sup>1</sup>, è la seguente:</p>\n<blockquote><p><i>Scene che devono apparire più tardi nell’ordine narrativo al fine di collegarsi con promesse fatte in precedenza nella storia, riducendo il numero di punti in sospeso e di elementi irrisolti.</i></p></blockquote>\n<p>Si tratta di <b>un principio fondamentale della narrazione</b> conosciuto da tutti quelli che si occupano di storie, riassunto anche dalla famosa frase di Anton Checov:</p>\n<blockquote><p><i>Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari.</i></p></blockquote>\n<p>Una regola da non trasgredire che dice, in sostanza, che <b>nell’economia di una storia ogni cosa deve esistere per assolvere a una funzione precisa</b>.</p>\n<p>Tolkien, nello scrivere il suo finale ha voluto rispettare tutti i “contratti” che aveva stipulato con il lettore, perché sapeva che <b>in una buona narrazione tutti gli elementi devono avere una propria risoluzione</b>.</p>\n<p>Per capirci, prendiamo da <i>Il Signore degli Anelli</i> degli <b>esempi di \"debiti narrativi\" che Tolkien ha onorato correttamente</b>. Ne <i>La Compagnia dell’Anello</i> Galadriel fa <b>due regali particolari a Frodo e a Sam</b> (due regali che, a differenza di quelli fatti agli altri membri della Compagnia non sono di utilità immediata). A Frodo regala una fiala d’acqua del suo specchio, al cui interno è conservata la luce della Stella di Eärendil, per le ore più buie del viaggio del Portatore, mentre a Sam regala una scatolina con la polvere di Lórien per concimare la terra della Contea, una volta tornato a casa.</p>\n<p>L’intero passaggio sarebbe, con il senno di poi, per il lettore molto insoddisfacente se questi due oggetti non si rivelassero <b>utili</b> entro la fine del racconto e se venissero in qualche modo “dimenticati” dal narratore, ma questo non succede. Prima che si concludano le pagine de <i>Il Ritorno del Re</i> si presenta il bisogno di usare entrambi gli oggetti: si servono della fiala nella buia tana di Shelob e della polvere una volta tornati nella Contea (nel frattempo resa arida dal male di Saruman). Nello scoprire che l’evento originale (il dono da parte di Galadriel) è stato necessario per la risoluzione di eventi successivi, questi debiti narrativi vengono onorati. Lo stesso avviene con la cotta di Mithril donata a Frodo da Bilbo, che gli salverà la vita.</p> \n<p><b>Ma il debito narrativo non riguarda solo gli “oggetti di scena”</b> (come la pistola di Cechov)</b>. <b>Qualsiasi elemento della narrazione, infatti, è oggetto di promessa.</b> Seguendo la stessa logica, è evidente come Aragorn dovesse impugnare ad un certo punto la spada spezzata Narsil e diventare Re, o come Gollum dovesse a un certo punto della storia rivelarsi tanto minaccioso quanto cruciale per la distruzione dell’Anello.</p>\n<p><b>Ma veniamo al nostro <i>Trono di Spade</i>.</b> Durante una serie TV di otto stagioni si fanno <b>una gran quantità di promesse</b>. Quando queste non vengono rispettate il pubblico è giustamente autorizzato a parlare di <i>plot holes</i>, buchi di sceneggiatura, o a denunciare <i>loose ends</i>, personaggi e situazioni che, alla fine, non sono serviti a nulla o non hanno rispettato le promesse fatte dalla loro propria esistenza nella narrazione. Un caso plateale in cui questo avvenne fu la serie <i>Lost</i>.<p>\n<p>Ne <i>Il Trono di Spade</i> era evidente che, a un certo punto della storia, Sandor Clegane – aka “il Mastino” - avrebbe affrontato il fratello Gregor, “la Montagna”, dopo che <b>il loro rapporto conflittuale</b> è stato messo in piedi nell’arco di tutto questo tempo. Era un debito narrativo che è stato onorato. Ci sono però, in quest'ultima stagione, delle risoluzioni che, a mio avviso, non sono state soddisfacenti rispetto alla loro preparazione.</p>\n<p>Un esempio è la <b>storyline di Varys</b>: bel personaggio tenuto in vita per otto stagioni (anche se <i>in panchina</i> per le ultime quattro) e il cui contributo, a conti fatti, è stato irrisorio (l'invio delle lettere sulla reale identità di Jon Snow non è nulla che altri personaggi non avrebbero potuto fare). La sua <i>backstory</i>, accennata in passato e mai più ripresa, ci ha lasciato solamente con delle domande. Cosa diceva la voce nel fuoco la notte in cui il futuro Ragno Tessitore fu mutilato? Non lo sappiamo.</p>\n<p>Anche la <b>risoluzione di Arya Stark</b>, che non ha avuto l'ultimo scontro con la sua nemesi Cersei (mentre ha ucciso indebitamente il Re della Notte, personaggio con il quale non aveva avuto nulla da spartire fino a quel momento) ha lasciato un <b>senso di insoddisfazione</b>. Il <b>repentino mutamento caratteriale di Daenerys</b>, poi, è stata una delle cose più difficili da digerire: affrettato, gratuito, non dovuto.</p>\n<p>Fra i motivi della <b>mancanza di equilibrio tra i debiti narrativi e le loro risoluzioni</b> ci sono probabilmente il <b>venir meno dei testi originali</b> e l’<b>accorciamento eccessivo delle ultime stagioni</b>, che avrebbero avuto bisogno di un tempo maggiore per esprimere tutto il potenziale costruito in tanti anni di lavoro. Andare incontro alla delusione dei fan era uno dei tanti finali possibili, ma non l'unico.</p>\n<p>Gli intrighi e i tradimenti sono stati da sempre uno degli elementi centrali della trama di <i>Game of Thrones</i>, ma mai avremmo aspettato che l’<b>ultimo tradimento</b> sarebbe stato fatto proprio a noi, fedeli spettatori dello show.</p>\n<p><b>Un colpo di scena.</b></p>\n<p><b>P. S.</b> Vi segnalo due contenuti particolarmente interessanti su quest’ultima stagione: gli ultimi video del canale di PSA Stitch (\"Why Season 8 of Game of Thrones Doesn't Work” <a href=\"https://www.youtube.com/watch?v=_KoScPK00P0\" target=\"_blank\">Part 1</a> e <a href=\"https://www.youtube.com/watch?v=wuiNRpeqg3A\" target=\"_blank\">Part 2</a>) e il brillante articolo di Scientific American “<a href=\"https://blogs.scientificamerican.com/observations/the-real-reason-fans-hate-the-last-season-of-game-of-thrones/\" target=\"_blank\">The Real Reason Fans Hate the Last Season of <i>Game of Thrones</i></a>”<p>\n<p><sup>1</sup> <i>Picturing Tolkien. Essays on Peter Jackson’s </i>The Lord of the Rings<i> Film Trilogy</i> a cura di Janice M. Bogstad e Philip E. Kaveny</p>","internal":{"type":"MarkdownRemark","mediaType":null,"description":null},"excerpt":"1 Picturing Tolkien. Essays on Peter Jackson’s The Lord of the Rings Film Trilogy a cura di Janice M. Bogstad e Philip E. Kaveny"}},{"node":{"frontmatter":{"title":"L'araldica nel fantasy","date":"2019-05-12T14:51:28.345Z","author":"Simone Schiaffella","slug":"araldica-fantasy","tags":[{"frontmatter":{"name":"riflessioni","label":"Riflessioni"}},{"frontmatter":{"name":"fantasy","label":"Fantasy"}},{"frontmatter":{"name":"storie","label":"Storie"}},{"frontmatter":{"name":"medioevo","label":"Medioevo"}},{"frontmatter":{"name":"storia","label":"Storia"}}],"thumbnail":"/araldi-fantasy.jpg"},"html":"<p><b><i>Nei fantasy con ambientazione medievale, da </i>Il Signore degli Anelli<i> a </i>Harry Potter<i> passando per </i>Il Trono di Spade<i>, in cui sono un elemento centrale dell’universo, l’utilizzo degli stemmi araldici è molto frequente.</i></b></p>\n<p>Se ci sono branche di studi che mi hanno sempre affascinato, sono quelle che, in generale, si occupano di catalogare e ordinare gli elementi. Tra queste, in particolare, ce ne è una all’interno della quale sarei in grado di perdermi per ore: l’<b>araldica</b>. Se non lo sapete, si tratta dello <b>studio degli stemmi</b>, ovvero quegli elementi grafici utilizzati per identificare una persona, una famiglia, un gruppo di persone o un’istituzione. L’araldica si è sviluppata in Europa nel medioevo ed è stata utilizzata principalmente dall’aristocrazia e dal clero, che <b>adottavano simboli di riconoscimento per distinguersi dagli altri</b> (come oggi fanno i brand utilizzando i marchi o i loghi).</p>\n<p>L’araldo, o stemma, era composto da vari elementi. Innanzitutto c’era lo scudo, che di solito ne era il supporto e poteva avere varie forme; su di esso, poi, erano disposti dei disegni (in gergo chiamati <i>carichi</i>) organizzati su una campitura di colore unica o a varie partizioni. <b>Ogni elemento dell’araldo</b>, che sia astratto o figurativo, così come avviene con il logo moderno, <b>aveva un determinato significato simbolico ed era legato alla storia del gruppo o della persona che voleva raffigurare, oppure ne descriveva una particolare qualità.</b> L’araldo poteva essere accompagnato, quindi, da un determinato <b>motto</b>, che aveva la stessa funzione. </p>\n<p><b>Il fantasy, in quanto a genere che spesso propone il medioevo come ambientazione, fa largo uso di questi stemmi.</b> Sono diventati, in alcuni casi, elementi portanti di determinati immaginari. In questo articolo daremo un occhiata all’utilizzo di stemmi all’interno di tre opere fantasy tra le più conosciute: <i>Il Signore degli Anelli</i>, </i>Harry Potter</i> e <i>Il Trono di Spade</i>.</p>\n<p><b>Il Signore degli Anelli</b></p>\n<p><img src=\"/araldi-fantasy_1.jpg\" alt=\"araldi-fantasy\" title=\"araldi fantasy\"></p>\n<p><b>Nella Terra di Mezzo l’araldica è un elemento importante.</b> Tolkien, infatti, non aveva curato solo gli aspetti linguistici del suo <i>epic fantasy</i>, ma aveva anche realizzato di proprio pugno i caratteri degli alfabeti (runici ed elfici) e alcune delle illustrazioni, giudicando importante l’accompagnamento del testo con immagini e disegni. Nel suo mondo, di ispirazione celtica e medievale, le varie fazioni sono dotate di stemmi propri, impressi sulle armature e ricamati sugli stendardi, che aiutano l’identificazione della provenienza. In figura vediamo lo stemma di Gondor (1), ovvero l’albero bianco sormontato dalla corona del Re e dalle sette stelle a cinque punte (i palantir), lo stemma di Rohan (2), regno abitato dai Rohirrim, “Signori dei Cavalli” e infine lo stemma di Sauron (3), ovvero l’occhio della torre di Barad-dûr, e la mano bianca (4), emblema di Saruman e delle forze di Isengard.</p>\n<p><b>Harry Potter</b></p>\n<p><img src=\"/araldi-fantasy_2.jpg\" alt=\"araldi-fantasy\" title=\"araldi-fantasy\"></p>\n<p>Anche se Harry Potter non ha un’ambientazione medievale, ma è ambientato negli anni Novanta del secolo scorso, nel ciclo di film (e di libri) ci sono molti stemmi. Per lo più questi sono di provenienza medievale (nella finzione del libro, l’anno di costruzione della scuola di magia e stregoneria Hogwarts è il 993 d.C.) o comunque molto antica. <b>Gli stemmi in <i>Harry Potter</i> sono quanto di più fantasioso</b>: in figura lo stemma di Hogwarts (5), con il suo motto “Draco dormiens nunquam titillandus” (in latino “non stuzzicare il drago che dorme”) e gli stemmi delle cinque casate (6-9) hanno raffigurati degli animali. Anche le altre scuole presenti nel libro hanno i propri stemmi: in quello di Beauxbatons (10) ci sono due bacchette d’oro messa l’una sull’altra, ognuna delle quali spara tre stelle, mentre in quello di Durmstang (11) è rappresentata l’aquila a due teste.</p>\n<p><b>Le famiglie di origine nobile presenti nel libro hanno anch’esse uno stemma.</b> Nello stemma della famiglia Black (12), ad esempio, sono presenti tre corvi e una mano che impugna una bacchetta. Il loro motto, “Toujours Pur”, significa “sempre puri” e fa riferimento alle origini purosangue della famiglia.</p>\n<p><b>Il Trono di Spade</b></p>\n<p><img src=\"/araldi-fantasy_3.jpg\" alt=\"araldi-fantasy\" title=\"araldi-fantasy\"></p>\n<p><b>Nel <i>Trono di Spade</i> gli stemmi di famiglia sono uno degli elementi più importanti della narrazione</b>: nel romanzo sono innumerevoli, mentre, nella serie, quelli principali sono almeno dieci. <b>Sono corredati da un motto e rappresentano l’animale o l’elemento simbolo della famiglia</b>, come il metalupo grigio su sfondo bianco nel caso degli Stark (13), il leone dorato nel caso dei Lannister (14) o il drago a tre teste nel caso dei Targaryen (15). Inoltre, <b>possono essere soggetti a rivisitazioni</b>, come nel caso del marchio di Jon Snow che, essendo un figlio illegittimo, ha lo stemma degli Stark con i colori dello sfondo e del metalupo invertiti, o lo stemma di Stannis Baratheon (16) che rivisita lo stemma di casa Baratheon aggiungendo un cuore infuocato (simbolo della venerazione nei confronti del Signore della Luce) allo stemma originale del cervo con la corona.</p>\n<p>Altrettanto interessante sarebbe, poi, <b>analizzare non solo quanto l’araldica sia entrata nel fantasy</b>, ma <b>quanto il fantasy sia entrato nell’araldica del nostro passato</b>. È proprio dall’araldica medievale, infatti, che ci sono giunte molte delle rappresentazioni degli animali fantastici e mitologici che conosciamo oggi, come il drago, l’unicorno e il grifone.<p>","internal":{"type":"MarkdownRemark","mediaType":null,"description":null},"excerpt":"Il Signore degli Anelli araldi-fantasy Harry Potter araldi-fantasy Il Trono di Spade araldi-fantasy"}},{"node":{"frontmatter":{"title":"Ma il fantasy è “razzista”?","date":"2019-05-05T17:25:30.980Z","author":"Simone Schiaffella","slug":"fantasy-razzista","tags":[{"frontmatter":{"name":"jrr-tolkien","label":"J.R.R.Tolkien"}},{"frontmatter":{"name":"riflessioni","label":"Riflessioni"}},{"frontmatter":{"name":"elfi","label":"Elfi"}},{"frontmatter":{"name":"gioco-di-ruolo","label":"Gioco di ruolo"}},{"frontmatter":{"name":"rpg","label":"RPG"}},{"frontmatter":{"name":"fantasy","label":"Fantasy"}}],"thumbnail":"/races.jpg"},"html":"<p><b><i>Cosa c’entrano elfi, uomini e nani con il razzismo? Poco e niente, e vi spiego perché.</i></b></p><p>A maggio dell’anno scorso, l’account Twitter <b>Norse Mithology</b> si domandava, in risposta a un tweet dell’<b>autore di Dungeons & Dragons Jeremy Crawford</b>:</p><blockquote><p><i>Come spieghi ai giovani giocatori che #DungeonsAndDragons è contro il razzismo (cosa che è, ci sono illustrazioni meravigliosamente inclusive nei manuali </i>5e<i>) quando codifica i \"tratti razziali\" e mette in primo piano la razza come un fattore determinante dell'abilità? </i>6e<i> cambierà il linguaggio usato?</i></p></blockquote><p>Questa la risposta di Jeremy Craword:</p><blockquote><p><i>Nelle regole di D&D, la tua razza è la tua specie, non la tua etnia. I tratti della tua specie nel gioco essenzialmente dicono: \"Ecco come sei diverso da un umano.\" Continuiamo a parlare della possibilità di abbandonare questo uso anacronistico in futuro. #DnD</i></p></blockquote><div style=\"width:100%;text-align:center\"><img style=\"width:100%;max-width:420px;\" src=\"/fantasy-tweet.jpg\"></div><p>È una <i>querelle</i>, quella dell’abolizione del termine razza nel fantasy, che si ripete ogni tanto. <b>La razza nei Giochi di Ruolo fantasy </b>(<i>Dungeons & Dragons</i> in primis)<b> è considerata da alcuni come anacronistica e inopportuna, e non solo in quanto a terminologia.</b></p><p>E qui devo fare una premessa dovuta: <b>il titolo è una provocazione</b>.</p><p>Non avrete certo pensato che un blog sul fantasy avrebbe propugnato una tale accusa nei confronti del suo genere d’elezione? E poi la parola “razzista”, se può essere applicata a una determinata persona o un determinato testo, a uno specifico utilizzo delle parole o prodotto culturale, non può certo essere applicata a un intero genere come il fantasy, che comprende potenzialmente un’infinita quantità e varietà di testi. Sarebbe come dire che l’horror è progressista, o che il romanzo storico è conservatore.</p><p>Però c’è un fatto. <b>Il fantasy con il suo patrimonio di razze</b>, nate con Tolkien e strutturate nelle varie tipologie grazie alla letteratura a lui successiva, al Gioco di Ruolo e ai videogiochi RPG, <b>è uno dei pochi ambiti dove la parola razza è ancora usata senza avere i connotati negativi che i fatti del Novecento</b> (apartheid, colonialismo e leggi razziali) <b>le hanno conferito.</b></p><p>In Italia poi c’è un’altra circostanza da considerare, insieme alla questione della razza nel fantasy, ed è il fatto che questa faccia da pendant con l’<b>affermare diffuso che il fantasy sia un genere di destra</b>, assumendo erroneamente che certi generi letterari possano essere assimilabili a una determinata matrice politica. É quindi sbagliato attribuire al fantasy una <b>portata ideologica che non ha</b> e andrebbe approfondito anche come sia accaduto che certe destre in Italia si siano appropriate di alcuni immaginari, uno su tutti quello tolkieniano (si veda l’esperienza dei Campi Hobbit e del gruppo musicale La Compagnia dell’Anello).</p><p>Anche se vogliamo valutare l’eventualità del razzismo nel fantasy, però, le virgolette sulla parola “razzista” sono d’obbligo. Se parliamo di racconti ambientati in mondi di fantasia, infatti, non possiamo trovare quella tendenza a “sostenere che la specie umana possa essere suddivisibile in razze biologicamente distinte, caratterizzate da diverse capacità intellettive, valoriali, etiche e/o morali” (così Wikipedia parla del razzismo). Il fantasy, infatti, <b>non divide l’umanità in razze</b>, ma casomai <b>inserisce l’umanità tra altre razze possibili</b>, e parla di mondi che non sono questo mondo (e al massimo ne sono un’allegoria).</p><p>Quindi il fantasy non può essere “razzista”. Ecco, se al titolo fosse permesso di essere più lungo di due righe, la domanda non sarebbe se il fantasy è razzista o meno, ma “come dobbiamo interpretare, nel racconto fantasy, l’utilizzo di “razze” inventate (come elfi, nani, goblin, eccetera) e l’attribuzione a quest’ultime di determinate caratteristiche, più o meno stereotipate, in relazione al fenomeno del razzismo”. Le razze nel fantasy possono essere assimilate in qualche modo alle razze delle leggi razziali?</p><p>È una domanda difficile. Nel canone fantasy esistono una gran varietà di razze e il fatto che alcune di esse siano considerate malvagie o sgradevoli per loro natura (come orchi, goblin e coboldi), che ad altre siano attribuite caratteristiche stereotipate (i nani sono avidi e burberi, gli halfling socievoli e tranquilli) e che ad altre ancora sia attribuita maggior virtù e bellezza (elfi e umani) potrebbe ricordare alcuni meccanismi propri del razzismo (come il pregiudizio) e far pensare che sia giunto il momento di abbandonarle, anche a costo di snaturare il genere.</p><p>Innanzitutto, però, è diversa la concezione di razza: le categorie delle leggi razziali miravano a suddividere la razza umana, le razze del fantasy inseriscono, nella finzione, la razza umana in un contesto in cui esistono molte altre razze più o meno simili ad essa (come spiega Crawford: “Ecco come sei diverso da un umano”). Perché, se nella realtà il concetto di “razza umana” è stato destituito e delegittimato, nel fantasy dovrebbe avvenire lo stesso?  Del resto, stiamo parlando di mondi fantastici, popolati da molte creature inventate, e non è così scandaloso inserire in esse una categorizzazione non valida nel nostro mondo.</p><p>Ma la motivazione più importante è la <b>differenza negli obiettivi della “categoria razziale”</b> tra il fantasy e il razzismo, ovvero nell’esistenza o meno di una <b>finalità discriminatoria</b>. Tutti i racconti hanno bisogno di diversità, e le razze, nel fantasy, sono un espediente per affascinare, creare varietà e caratteristiche; non di rado, infatti, vanno di pari passo con la suddivisione dei ruoli. Se si va all’origine della loro concezione, Tolkien non ha mai gerarchizzato le razze della Terra di Mezzo, né ha fatto degli Elfi gli “ariani” del suo mondo – egli addirittura detestava il nazismo. Nella <i>lore</i> tolkieniana Elfi e Uomini (le due razze principali) sono intelligenze incarnate dello stesso ordine, diverse, ma poste allo stesso livello. Ogni razza ha le proprie caratteristiche e <b>non c’è una razza considerata più negativa delle altre<b>.</p><p>Il male, a volte, è nell’occhio di chi guarda.</p>","internal":{"type":"MarkdownRemark","mediaType":null,"description":null},"excerpt":""}},{"node":{"frontmatter":{"title":"I remake Disney sono l’affare del secolo?","date":"2019-04-21T17:10:52.743Z","author":"Simone Schiaffella","slug":"remake-disney","tags":[{"frontmatter":{"name":"riflessioni","label":"Riflessioni"}},{"frontmatter":{"name":"cinema","label":"Cinema"}},{"frontmatter":{"name":"disney","label":"Disney"}},{"frontmatter":{"name":"film","label":"Film"}},{"frontmatter":{"name":"animazione","label":"Animazione"}}],"thumbnail":"/the-lion-king.jpg"},"html":"<p><b><i>Per la Disney sono la gallina dalle uova d’oro, ma i remake live action sono paragonabili a quella battuta divertentissima che, dopo averla sentita per la quinta volta, non fa più ridere. Inoltre, nel lungo termine potrebbero essere un boomerang.</i></b></p><p>Nel 1996, affidandosi alla regia di Stephen Herek, Disney fece per la prima volta un rifacimento in live action di uno dei suoi film: si trattava de <i>La carica dei 101</i>, remake della pellicola d’animazione del 1961. Con il claim “Questa volta la magia è vera” e una fenomenale Glenn Close nel ruolo di Crudelia De Mon (nominata ai Golden Globe), il film fu un successo al botteghino. Forse è vero che “le prime volte non si scordano mai”, ma quello è rimasto per me uno dei migliori remake della Disney: tutta un’altra cosa rispetto ai live action moderni, che hanno una dose massiccia di CGI e sembrano uno uguale all’altro.</p><p><b>Allora il remake era una novità e vedere i personaggi Disney “in carne e ossa” una vera magia. Poi è arrivata l’esagerazione.</b> Di tutti i film Disney annunciati al CinemaCon per il 2019, ben quattro sono rifacimenti in live action di film che la casa di Topolino ha già prodotto e distribuito. <i>Dumbo</i>, uscito nelle sale a marzo, è il remake dell’omonimo film d’animazione del 1941; <i>Aladdin</i>, <i>Il re leone</i> e <i>Lilli e il vagabondo</i>, anch’essi in programma quest’anno, sono le nuove versioni di film Disney che risalgono rispettivamente al 1992, al 1994 e al 1955. Sono solo alcuni titoli di un percorso ben più lungo che la Disney ha intrapreso nel 2015 con <i>Cenerentola</i> (dal classico del 1950), che ha continuato a percorrere nel 2016 con <i>Il libro della giungla</i> (dal film del 1967), nel 2017 con <i>La Bella e la Bestia</i> (dal film del 1991) e che ci porterà – ormai è sicuro – agli adattamenti de <i>La Sirenetta</i>, <i>Mulan</i>, <i>Pinocchio</i> e <i>Il Gobbo di Notre Dame</i> nel corso dei prossimi anni.</p><div style=\"width:100%;text-align:center\"><img src=\"/cruella-de-vil.jpg\"></div><p>Sembra che la Disney, invece che compiere lo sforzo di fondare nuovi immaginari e nuovi mondi (che è il suo punto di forza da sempre), da qualche anno non sappia far altro che portare al cinema rifacimenti delle sue vecchie storie, sfruttando la capacità attrattiva che questi remake hanno di per sé (essendo un repertorio già conosciuto e amato pressappoco da tutti). E non importa se questi film, a fronte delle decine e decine di milioni di budget, fanno incassi mediocri: si sarà comunque risparmiato tempo e denaro nella produzione di nuove idee, riavviato un merchandising redditizio senza sforzo, e, soprattutto, si sarà evitato il rischio imprenditoriale che portare una nuova storia sul grande schermo comporta. </p><p>La cosa più preoccupante di questa tendenza, alla quale possiamo certamente assimilare i vari “sequel” live action (<i>Alice in Wonderland</i> e <i>Mary Poppins</i>) e le rivisitazioni (<i>Maleficient</i> e il futuro adattamento <i>Cruella</i>), che seguono le stesse regole, è che sembra che la Disney stia facendo troppo affidamento sul rinnovamento di vecchi franchise, piuttosto che investire adeguatamente su nuove storie e nuovi adattamenti – che restano in una posizione marginale nella loro strategia generale (si vedano i tentativi fallimentari dell’anno scorso, come <i>Nelle pieghe del tempo</i> e <i>Lo schiaccianoci e i quattro regni</i>).</p><p>A questo ritmo, la materia da prima da remake finirà nel giro di qualche anno, lasciando presumibilmente un vuoto. <b>Cosa succederà allora?</b> Con l’arrivo del nuovo servizio di streaming on-demand Disney+ la necessità di una gran quantità di contenuti anche “originali” si farà ancora più stringente e le recenti acquisizioni dei franchise Marvel e Star Wars – per quanto fruttuose - potrebbero non bastare a colmare l’assenza di nuove narrazioni.</p><p><b>Potrebbe non essere sufficiente, in futuro, raccontare sempre la stessa storia.</b></p>","internal":{"type":"MarkdownRemark","mediaType":null,"description":null},"excerpt":""}}]},"tags":{"edges":[{"node":{"frontmatter":{"name":"riflessioni","label":"Riflessioni"}}}]}},"pageContext":{"slug":"riflessioni","pageNumber":0,"humanPageNumber":1,"skip":0,"limit":8,"numberOfPages":2,"previousPagePath":"","nextPagePath":"/tag/riflessioni/2"}},"staticQueryHashes":["3566934469","3566934469","63159454","63159454","997296527","997296527"]}